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Gli ultimi giorni in questo mondo (da "Il giorno che l'Italia morì")

(foto Živilė Abrutytė) Silvano provò ad alzarsi. Voleva camminare. Voleva andare in camera, dove Sabatina dormiva. Era da poco ritornata dall’ospedale. Le medicine l’avevano stordita, anche se aveva una fibra forte. In vecchiaia era più ceduto lui, sia mentalmente che fisicamente, che lei. Lei era rimasta il toro focoso che era da giovane. Aveva perso in forza fisica ma non aveva perso in nulla riguardo alla volontà e alla cocciutaggine, che era forse addirittura aumentata. Silvano invece era ormai un cavallo azzoppato, molto azzoppato. La cui lucidità mentale appariva e scompariva. La cosa strana era che lui lo avvertiva quando non era lucido e faceva discorsi strampalati ma non poteva fare nulla per impedirlo. Apparteneva ad un'altra forza che era dentro e non poteva fermarla. E parlava e pensava per lui. Una forza su cui poi con un atto imperioso di volontà riusciva talora a imporsi e a ritornare se stesso. - Silvano, dove vai? – gli chiese la filippina. - ...

Sabatina e l’Italia di Guareschi

A Sabatina non dispiaceva l‘idea del Cristo, della Madonna e della chiesa che respirava nei romanzi di Guareschi. A lei una visione cattolica di quel tipo stava bene. La religione di Sabatina era da paese. Obbedire al prete, osservare le feste comandate, non mangiare carne il venerdì, non votare comunista, confessarsi ogni tanto. E andare a messa, ma non sempre. Per parlare con Dio non c’era bisogno di recarsi sempre in chiesa. Anche da casa si poteva parlare con Dio. Che bisogno c’era di andare in chiesa? Era importante andarvi a Natale e Pasqua. E infatti a quelle messe non mancava mai. Alle altre si poteva andare o non andare. Come diceva Guareschi, anche lei non era una „stakanovista dell‘acquasantiera“. Aveva cominciato a leggere i libri di Guareschi dopo aver visto in TV i film con Fernandel e Gino Cervi. La serie su Don Camillo e Peppone. Aveva ritrovato il gusto della lettura. Dopo che si era sposata aveva smesso di leggere come invece faceva da ragazza quando leg...

Sei comunista?

Silvano rimase sempre distante dai partigiani, che si aggiravano nei boschi e borri fra Montaione, San Gimignano e Volterra. Non capiva le loro ragioni, il loro modo di pensare. Avvertiva d’istinto che il loro odore non era il proprio odore. La loro pelle aveva ragioni diverse dalla sua. E poi quei nomi di battaglia strani, incongruenti, avulsi da ogni logica umana: Sandokan, Ursus, Falco, Caserta, Camoscino, Intrepido, Lampo, Mitra, Tigre, Leone, Condor, Cobra, Orso, Bufalo, il Vendicatore, Potente, Birba, Bistecca, Chicchirichì, Cognach, Emorroidi, Fastidi, Fifa...o forse non erano invero privi di logica, la logica vi era ed era innegabile, ma comunque facevano parte di una lingua che Silvano aveva difficoltà a imparare. Non li evitava completamente. Nei boschi della Jetta, di Casa al Rosso, delle Cetine, li aveva spesso incontrati, Aveva condiviso con loro il loro cibo, aveva fumato con loro, aveva parlato con loro ma sempre aveva accusato la distanza fra il suo e il mondo ...