Che dire di questa città, di questo stato dove ora vivo? Ci ho pensato. Ho messo insieme i pro e i contro. Ne amo la calma, la mancanza di affollamento, la tranquillità. La gente è più vera, qualche volta in modo animale anche. La famiglia è un legame forte. E mi ha insegnato l’ascolto nelle sue foreste, dove ho imparato il silenzio dell’attesa. Ed è venuto naturale imparare, camminando per i suoi takas [1] , nei momenti più bui degli ultimi due anni, in cui la follia ha governato. E sono divenuto più sacrale, perché mi sono trovato in una città di uomini da me lontani, isolato. In essa ho sviluppato quelle componenti che insegnano l’ascolto, solo perché allora le parole erano divenute inutili. E ho capito che dovevo guardare dentro per vedere oltre l’orizzonte del saeculum in cui vivevo, io inutile ormai alle parole. E quell’uomo che io ero, ora è un altro, che vive in un rifugio in cui giungono le risposte dopo un lungo silenzio patito. E vivo in terra di nessuno...