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Amore šaltibarščiai e pomodori rossi: biografia di un amore dall'interno - La menzogna


Foto Živile Abrutytė






Un livre est le produit d'un autre moi que celui
que nous manifestons dans nos habitudes, dans la société, dans nos vices
(Proust)

La Menzogna

E’ quasi uno stato naturale che l’amore provochi un cambiamento di vita, e nessuno lo questiona.
Ciò che è meno naturale invece è che una città o una terra possano cambiarti la vita. Mi riferisco a una città e a una terra che neppure ami troppo, o troppo ne sei invaghito. Vi finisci spinto dagli eventi della vita e scopri un altro universo distinto da quello dove avevi finora vissuto.
Nel contesto della città va collocato un amore, senza un amore che si fosse preventivamente situato all’interno della città non avrei provato l’attrazione che mi ha fatto muovere a Vilnius.
Non sarei stato pronto a cercare di capire questa città, a volerne conoscere la cultura, il suo passato e la sua lingua.

      - Non sarei mai venuto a Vilnius se non avessi conosciuto te – le dissi

Il mio amore mi guardò. Ed era sicura che fosse vero.
Lei non amava la sua terra. Diceva che in Lituania si viveva male. Si guadagnava poco. Nessuno sorrideva. Lo Stato non aiutava la gente. La popolazione era diminuita e scesa sotto i tre milioni.
Tutti emigravano.
Anche lei voleva emigrare.

Perché? Mi chiesi.
Perché non amava la sua terra?

In quei giorni mi era capitato di leggere La congiura lituana, di Galina Sapozhnikova, una giornalista russa.
Avevo fatto quella lettura nei giorni che stavo ricercando materiale per scrivere un libro sull’unificazione d’Italia e venivo da un periodo di letture sulla meccanica quantistica.
In virtù di questo percorso parallelo mi ero reso conto che per gli Stati dovesse esserci come una funzione d’onda all’interno della quale erano contenute tutte le possibilità di fondazione, in cui il fine seguiva un infinito numero di direzioni per muoversi da un punto A verso un punto B senza necessariamente seguire una linea retta, con accelerazioni e frenate improvvise.
Nella presa di atto di questa funzione d’onda vi era una costante che pareva ripetersi, ed era la menzogna.  Una menzogna poteva essere sola o essere accompagnata da altre menzogne.
La menzogna era probabilisticamente dovunque ed in nessun luogo identificabile.

Il libro della Sapozhnikova indagava la posizione della menzogna nella fondazione dello stato lituano.
Riprendeva una tesi che subito affiorò nel 1991 alla torre di Vilnius, dove furono uccise 14 persone.
Si disse, come fosse naturale (ma non lo era), che a sparare e a uccidere fossero stati i soldati sovietici del gruppo Alpha.
In realtà alle spalle stava una macchinazione, una preparazione, un’organizzazione di quella giornata che partiva da Mosca per finire a Vilnius.
A sparare sulla folla, secondo la Sapozhnikova, non furono quelli del gruppo Alpha ma dei (para)militari lituani che spararono su lituani.
“Saviškiai šaudė ᶖ savus” (I nostri spararono sui nostri) come avrebbe sostenuto Algirdas Paleckis molto più tardi.
Eppure tutta la macchina organizzativa guidata in primis da Vytautas Landsbergis (sempre secondo la Sapozhnikova) riuscì a dare una versione dei fatti, già preparata a tavolino, per cui si fu abili ad occultare, da allora, quella che sembrava essere la verità proposta.

Senza voler scendere nel merito della questione (verità/non verità) mi intrigava la tesi della Sapozhnikova dal momento che mi trovavo a cospetto con la menzogna.

Avevo trovato dunque un cuneo fin dall’inizio che si inseriva perfettamente fra il periodo della Lituania sovietica e quello post sovietico.
Lo spirito di un popolo è fatto dallo spirito della storia (dai fatti che hanno segnato la storia).
Trovai conferma dello spirito lituano nelle parole di una filosofa lituana, Nerija Putinaitė.
Sosteneva infatti che nella realtà sovietica (occupazione sovietica) benché il furto fosse ufficialmente vietato era una pratica quotidiana perché la realtà sovietica indirettamente incoraggiava a farlo, a causa di un numero altissimo di restrizioni tali che impedivano ad una persona di vivere una vita normale. L’istinto a tale pratica prese ad evolversi in generale in strategie relative al su come aggirare la legge, come parlarsi l'un l'altro, come pensare e sentire l’uno rispetto all’altro.
La principale conseguenza di queste strategie portò ad una duplicità della persona lituana che penetrò così in profondità da valere come un secondo capo abbigliamento (espressione di Nerija Putinaitė).
Il non adeguarsi ai costumi e alle regole morali e legali russe fu una specie di anticonformismo (neprisitaikymas) che ha alla fine permeato il modo di distaccarsi dalla realtà sovietica e di ricercare in questo anticonformismo l’essenza stessa della indipendenza lituana.
La gente intese questo come una forma di indipendenza lituana (già nel “mentre” dell’occupazione sovietica). Questo è qualcosa di molto significativo parlando in termini di resistenza (Nerija Putinaitė)

Ero felice per quelle parole che leggevo. Mi aprivano a una nuova realtà che mi era ignota. Le leggevo con difficoltà da una lingua che conoscevo poco. Era un mondo che si apriva e mi dava la gioia di una nuova conoscenza. Mi parlava di strategie che soppiantavano il dolore di chi aveva sulla pelle esperimentato quella realtà e mi estraniavano dall’infelicità dell’aver vissuto in un paese segnato fin dalla sua nascita dal doppiogiochismo e dal voltagabbanismo (Italia).
L’idea della resistenza al regime sovietico mi generò una serie di riflessioni sulle popolazioni (il volgo) del sud Italia che avevano fatto invece una resistenza a viso aperto (brigantaggio) all’arroganza e crudeltà sabauda.
Quella lituana al regime sovietico, di cui parlava la Putinaitė, si basava invece sulla non partecipazione alle regole o alla loro non osservanza. Una resistenza silenziosa la seconda, una resistenza a viso aperto la prima.
Nel libro di Carlo Alianello, L’eredità della priora (1963), una specie di Bibbia del cosiddetto revisionismo storico sull' Unificazione d'Italia vi è un episodio significativo.
Una famiglia meridionale ospita per una notte il generale piemontese Ferdinando Pinelli. Gli offre il pranzo e la cena. Il generale mangia e beve e fa pure il galante con una delle figlie. Al generale viene data la camera migliore.
La notte il generale si alza e si mette a rovistare nei cassetti della camera finché non trova dimenticati in fondo a uno di quelli il ritratto del re borbonico e della regina Sofia.
Non dice niente. Ritorna a letto e dorme tutta la notte sul letto con gli stivali e gli speroni.
La mattina si alza fa convocare la famiglia e li accusa di essere dei traditori.
Il capofamiglia a viso aperto risponde: "E perché…re Francisco sta a Gaeta ca cummatte angora…li ammasciatori di tutta l’Europa stanne cu’ isso e no co’ Vittorio. Finché isso è lu re legittime, chi è traditore?”
Il generale Pinelli fece fucilare l’intera famiglia.

La resistenza lituana (almeno quella della vita quotidiana analizzata dalla Putinaitė) si affidava al non dire e al non fare ciò che si chiedeva di fare pur mantenendo una propria integrità.
“Credo che in molte famiglie si attuasse la resistenza, quando per esempio, i padri dicevano che rubare, mentire, dire una cosa e pensarne un’altra era male, e contribuivano a diffondere che era meglio non dire che dire bugie. Credo che tali forme di resistenza in Lituania fossero piuttosto diffuse” (Nerija Putinaitė)

Mentre scrivevo queste riflessioni mi chiedevo se avessero delle proprietà terapeutiche sullo sconforto che era in me a causa dell'aver vissuto la realtà italiana. Una realtà impossibile da afferrare nella sua improprietà logica. Queste riflessioni divenivano allora una specie di letteratura di intrattenimento al mio cospetto.

Come quando si transita da un amore ad un altro, da una relazione ad un’altra, si tende a misurare il presente/futuro attraverso il passato, ovvero ad analizzare ciò che ci sta accadendo attraverso un occhio che prende a prestito misure che provengono dalle memorie del passato, io andavo vedendo la mia nuova terra (Lituania) con l’occhio e l’esperienza della vecchia terra (Italia).

Come quando vivevo in Italia anche in Lituania andavo cercando punti fermi nei miei campi di interesse.
In Italia, vista la povertà del panorama letterario contemporaneo, mi ero convinto che la troppa libertà di espressione nocesse e che nella letteratura i valori forti crescessero solo dove mancava la libertà di espressione. 
Mi portai dunque per disposizione naturale – quasi - questa idea fondante con me in Lituania e mi misi alla ricerca di scrittori forti, fra quelli che erano vissuti e sopravvissuti all’occupazione sovietica.
Ne individuai uno in Ricardas Gavelis, uno dei migliori scrittori di quella Lituana del mio cuneo immaginario, che si interrogava sui sistemi totalitari che a livello globale, indicandoli con il deittico “loro”, monitoravano costantemente la vita della gente, ne disturbavano la capacità di pensare e li riducevano in schiavitù.
Mi resi conto che non molto era cambiato a tutt’oggi. I sistemi globali avevano sostituito quelli totalitari e continuavano ad interferire non tanto attraverso un controllo delle coscienze ma attraverso l’offerta di versioni mainstream che arrivavano a occultare la verità attraverso proposizioni di largo consumo fatte passare come autentiche.
Chi è dunque cambiato sono gli scrittori che non hanno più la funzione di think tank della messa in dubbio.
Lo scrittore oggi davanti alla globalità ha abdicato e si limita a ripetere schemi (memes). Non questiona più, ripete.

Chi crea i memes sono gli elaboratori (initiators) della narrativa del mainstream. Caratteristica dei memes è la trasmissibilità, da un medium ad un altro, da un cluster ad un altro, da una bocca ad un’altra…i memes replicano, e qui è la forza della falsificazione globale. Si evolvono senza questionare.

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