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Il Silenzio e il verso (Il Buco)

 



Figlio idiota, beatificato,
Bello, felice - e coglione andavo.

Ci fu un buco nella vita di Giorgio. Un buco che va dalla fine degli anni Ottanta fino alla fine degli anni Novanta.
Un buco della sua memoria, un buco di disperazione che lo spinse agli atti più disperati della sua vita, a vivere di idiozia completa, dimenticando in assoluto la parola “Dio”.

Visse da idiota, visse gli ultimi anni della sua bellezza giovanile da perfetto idiota.

 

Esser bello è un danno
Vivi in unico mondo
Narciso vai nell'inganno.

Un nulla che solo sogna
Idiota nei sogni perso
Vivi nel fra ma ripugna

In quello spazio cercare
Dove scendere in basso
Sai - se te vuoi, te, destare


Furono gli anni del dolore di aver dovuto abbandonare le figlie, che erano il sangue suo.
Di non vederle più la mattina, la sera a cena. Di non vederle più dormire la notte.
Di dare loro un bacio prima che dormissero.
Di non vivere ogni giorno con loro.
Fu la grande disperazione, la grande solitudine in cui si sentiva annegare e soffocare, che lo spinse a cercare il sesso come drogato, a cercare l’amore in ogni donna che incontrava, ma che in nessuna mai trovava.
E pativa, soffriva. Cercava l’amore. Il sesso era solo un surrogato, un sentire un corpo vicino e entrargli dentro per illudersi di avere l’amore.
Scambiava il tepore di un corpo umano come l’inizio di un amore folle e infinito.
Viveva disperatamente, epidermicamente. E senza un dio che lo salvasse.

Che è l'uomo senza Dio?
Solo un guscio di pelle che freme folle
all'incorporea legge di gesti disperati.


Ma è impossibile parlare di quegli anni della vita di Giorgio, perché sono scomparsi dalla sua memoria, come mai fossero esistiti.
La sua memoria si riaccende all’inizio degli anni Duemila, in un freddo appartamento di San Miniato alto, in provincia di Pisa, dove era andato a vivere con una ragazza tedesca con cui aveva sperato di ricostruirsi la vita.
La sua memoria si riaccende nella immensa sotitudine in cui si trovò un pomeriggio di novembre quando tornò a casa e non c’era più nessuno.
Se n’era andata.
L’aveva lasciato.
Non è importante spiegare perché. In fondo solo le grandi persone lasciano un grande segno.
E quella donna che allora a lui pareva tutto, che credeva di non poter vivere senza di lei, rapidamente scivolò via dalla sua mente, come un piccolo incidente di percorso, di cui non vale la pena ricordarsi. Per poi forse chiedersi se quegli anni insieme a lei fossero davvero esistiti o solo li avesse sognati.

Com’erano lontani gli anni di Livorno e poi di Pisa. Com’erano lontano gli anni in cui studiava sanscrito e tamil all’Istituto di Glottologia, in via Santa Maria.
Com’era lontana la Biblioteca Universitaria di Pisa. Com’era lontana Luisa…
Com’era lontano suo padre…sua madre da pochi mesi morta e già sparita per sempre…
Erano ormai tutti lontani, ma non lo erano, perché erano con lui, erano tutti rimasti dentro di lui – tutti li teneva vivi.
Cominciò infatti in quei tempi ad avvertire voci dentro di lui, esseri senza cuore, fatti di nomi, senza volto, simili a maschere che lo avrebbero disturbato e ossessionato sul finire di sua vita

Qua non vi è il cuore - ma solo nomi parlano
incolori e smorti - ma vivi come maschere
calano muti bruciano - e sotto solo nulla
li senti che lì sono - per anni silenziosi
duri stan come grumi - e non chieder lor chi?
già li sai uno per uno - con te son lì da sempre
te io sono dirà uno - tu mi porti in vita
io sono uno dei tutti - che in vita mantieni.
Non ubbidiente e timido - non per scelta mi tieni.

 

Gli sembrò che tutti quelli che aveva conosciuti in vita, e che magari aveva amato, si trasformassero in grumi duri di spirito che si erano depositati in lui e quasi divenissero assilli cosí insistenti che non lo lasciavano più vivere.
Perché?
Tardi trovò una risposta. Molto tardi. Sul finir di sua vita.
Scrisse un piccolo libretto in inglese il cui titolo era The Little Book Of The Dead e nella prefazione scrisse questo


In this little book, The Little Book Of the Dead, dwell all the dead who have accompanied me all my life. They have lived in me and with me. Not for a single moment of the day have they been apart from me. Perhaps they slept, dozed, awaiting their resurrection - but they were alive. They breathed, they ate with me, slept with me, thought with me. They were the bacteria of my spirit, the microbiota of my life.
But in the end, I took them one by one, flushed them out, confronted them, and returned their memory to a world that had forgotten them. And then, after that, they found peace - with me.
They wanted weitergehen, to continue their presence in this world, they didn’t want to die with me
[1]

Ma non fu proprio cosí. Non trovò mai la pace che sperava, perché dentro non erano solo quelle voci che parlavano. Ve n’erano altre. E non appartenevano ai morti.



[1] In questo piccolo libro, Il Piccolo Libro dei Morti, dimorano tutti i morti che mi hanno accompagnato per tutta la vita. Hanno vissuto in me e con me. Non per un solo momento del giorno sono stati separati da me. Forse dormivano, sonnecchiavano, in attesa della loro resurrezione - ma erano vivi. Respiravano, mangiavano con me, dormivano con me, pensavano con me. Erano i batteri del mio spirito, il microbiota della mia vita. Ma alla fine li ho presi uno per uno, li ho stanati, li ho affrontati e ho restituito la loro memoria a un mondo che li aveva dimenticati. E allora, dopo questo, hanno trovato pace - con me. Essi volevano weitergehen, continuare la loro presenza in questo mondo, non volevano morire con me

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