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Il Silenzio E Il Verso (il problema della bellezza)




 


Giorgio ebbe per tutta la sua vita un problema con la bellezza.

La bellezza, non è mai completa per quanto uno sia bello - e Giorgio bello lo era e si sentiva bello.
La bellezza tende sempre alla vanità e al narcisismo; e diviene un problema di coscienza perché sempre le manca qualcosa per essere quell’ideale che essa stessa si propone.
E questo porterà sofferenza, perché il segreto dell’attrazione risiede in realtà nel potere dell’imperfetto.

Soprattutto era nel sesso che sperimentava questo. Nel sesso dove il brutto, l’animalità, la volgarità, la sporcizia sono le basi della foga e del trasporto erotico. Della mascolinità e della perversione maschile e femminile.
E questo talora lo sconcertava e gli dava problemi di tenuta.
Tanto che l’ossessione del corpo - delle sue imperfezioni - culminò decadi più tardi in un suo poema che scrisse per gli amori eterni della sua vita quando aveva accettato ormai l’imperfezione e lo sconcio della vita:

Amo il tuo corpo, amo la tua pelle
Le tue imperfezioni per me divengono
Le perfette cose che mi appartengono

Sul finire della sua vita certi urli interiori cominciarono a squarciare il suo intimo e da quegli urli sgorgava poesia - in modo naturale e a getto.
Ma in quegli anni giovanili, e della maturità poi, la poesia taceva. Gli urli erano soffocati da continue proiezioni di vita che lo spingevano in direzioni che gli parevano vere ma erano di-strazioni dalla linea che il soprannaturale aveva per lui tracciato e di cui non era conscio allora.
Allora avvertiva il suo-esser-bello come un dono da regalare al mondo, alle persone soprattutto che non avevano avuto questo dono. E forse questa fu la spinta che diede l’impulso al suo innamorarsi per Marta.

Il senso della sua bellezza era donarsi agli altri, quasi costituisse una forma di grazia da lui preveniente che riceveva chi veniva in contatto con lui.
Certo Dio, come già abbiamo detto, scrive sulle righe storte, e non è escluso che in questa sua presunzione di portatore di bellezza non vi fosse una missione che Dio gli avesse assegnato su questa terra.
Ma il suo porsi come portatore di una grazia alla bruttura di questo mondo faceva sì che Giorgio sempre si desse al mondo e annullasse se stesso per piacere al mondo, come da piccolo si era dato alla madre per compiacere l‘amore della madre.
La bellezza sua finiva per appartenere agli altri e non più a se stesso.
Si rese conto, più tardi, che la sua bellezza diveniva un problema di prossimità, era sempre prossima-a, vicina a chi la recepiva e come la recepiva. Non gli apparteneva; era invece il riflesso che si generava dalla prossimità che conferiva a lui il senso e il limite della propria bellezza.

E i riflessi che riceveva, gli dicevano che era una bellezza immatura, come quelle dell‘ asino, una bellezza di gioventù che inclinava al narcisismo, usata in malo modo e sciupata talora e che, anche se fingeva di ignorarlo, per un uomo, soprattutto, la bellezza non è tutto.
Un uomo deve essere anche maschio.
Ma forse in lui vi era anche una omosessualità latente, che poi molto latente non era. Una omosessualità intermittente che si manifestava in certi periodi e poi scompariva e ritornava maschio.
E ancora tutto, lui, lo riconduceva a quel maledetto destino di essere stato un bambino mascherato da bambina.

Quanto male può fare una madre!
Anche se involontariamente.

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