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Boring books - "Storia di una famiglia per bene" di Rosa Ventrella.




Thi is my personal crusade against absurd books that absolutely must be denounced as unuseful boredom, or at worst, absolute shit. Too many of these books, too many pseudo great writers who are worth nothing. There is no logic I believe inherent to the publishing market in publishing such shit, other than to keep the cultural and mental level low. At the minimum limits of brain activity.

"Storia di una famiglia per bene" di Rosa Ventrella.

The book starts in the way below and goes on page after page with the same speed/gear and style (primary school style) ad infinitum...unbearable!

"Il giorno che nonna Antonietta mi affibbiò il soprannome di Malacarne non potrò mai dimenticarlo. Pioveva come non mai, selvaggiamente. Una di quelle piogge che capita di vedere rare volte durante l’anno. Quando succede, si sente il vento del mare scuotere qualsiasi cosa con il suo ululato e raggelare il sangue. La strada del lungomare era una pozzanghera senza fine. I campi abbandonati e la vegetazione spoglia nei dintorni di Torre Quetta erano sfatti e proni, come violentati dall’acqua battente. Era il mese di aprile. Una delle primavere più piovose degli ultimi trent’anni, così avevano commentato qualche giorno dopo i vecchi del mio quartiere. Nonostante le raccomandazioni di mamma e nonna, che sapevano interpretare la voce del vento, mi ero ostinata a voler uscire. «Quando il mare fa il verso del demonio, la terra si rivolta», mi aveva detto nonna Antonietta mentre varcavo con aria strafottente la porta di casa. Le avevo guardate tutt’e due, madre e figlia. L’una intenta a grattugiare il pecorino sulla “grattarola”, come tutti i giorni prima del pranzo, l’altra ad affettare una grossa tagliata di pane. Mi ero limitata a fare spallucce ed ero uscita, contravvenendo a ogni raccomandazione. Volevo vedere da vicino il mare in tempesta e soprattutto capire se mi faceva paura.Attraversai di corsa la Muraglia di chianche bianche, salutando con la mano alcune comari ferme sulla porta a scrutare il cielo come gli aruspici di un tempo. Sentivo il vento tra i capelli e sulla faccia, le sue sferzate mi schiaffeggiavano, ma non avevo nessuna intenzione di tornare sui miei passi. Con due soli balzi superai i gradoni lastricati che dalla Muraglia portavano al lungomare. Costeggiai in gran fretta il teatro Margherita per attraversare il molo e la zona dei frangiflutti. Volevo vedere il mare in tutta la sua boria. Quando raggiunsi la costa a ridosso di Torre Quetta, percepii per qualche istante una vocina interiore che mi sussurrava di rientrare a casa. Rividi il volto di mia madre che mi invitava a non uscire. Gli occhi che mi ammonivano con dolcezza e la testa che ciondolava a destra e a sinistra prima di concludere il suo discorso con le solite parole: «Capa tosta peggio di tuo padre». E rividi pure mia nonna che, nonostante i rimbrotti severi con cui sperava di ammansirmi, era docile come la figlia. Morbida pure nell’aspetto. Una donna bassa, con un grande seno budinoso che andava a modellarsi sulla pancia. Scossi la testa perché non volevo che le loro immagini mi dissuadessero dai miei intenti. Tenendomi forte al vestito che mi arrivava ai polpacci e che speravo di utilizzare come sagola di salvataggio, mi avvicinai agli scogli. Le onde gigantesche spumeggiavano, si abbattevano sugli spuntoni di roccia, a riva, per poi squagliarsi in brandelli liquidi. L’orizzonte era sfumato e si confondeva con il mare che pareva una grande chiazza d’inchiostro. Rapita da quella visione maestosa, non mi accorsi neanche di quanto minaccioso si fosse fatto il cielo, tanto che sembrava notte pure se era solo mezzogiorno. Quando la pioggia prese a scrosciare, non ci fu più tempo per tornare a casa. In breve i contorni delle case di Bari vecchia divennero sfocati, avvolti dal cielo buio. Il vento fortissimo squassava la superficie del mare da cui si alzava una specie di nebbia che si sfrangiava in tante goccioline bianche..."

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