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L'écrivain engagé





Scrivere significa per me innanzitutto essere écrivain engagé, come lo erano scrittori esistenzialisti quali Camus, Sartre, e anche, benché qualcuno possa storcere la bocca nel definirli “esistenzialisti”, Yukio Mishima, Junichiro Tanizaki e Yasunari Kawabata. Engagé non significa che lo si debba essere in senso strettamente politico, lo si può essere tuttavia, ma si può essere engagé anche nel senso di ricerca di significato nei fatti che riguardano l’ esistenza. Si può essere engagé nel creare un certo tipo di letteratura che tenda a far pensare, a trovare un modo per far riflettere sull’esistenza, rompendo certe narrative tradizionali consolidate. Nel creare voci alternative (narrative alternative) a quelle dominanti. A schemi che si pensano vincenti. Innanzitutto nel ripensare la figura di un simile scrittore bisogna eliminare dalla sua narrativa il deittico e...per ricentralizzare la figura in un ruolo ben definito.
La figura ideale del Nostro scrittore è uno scrittore engagé, scrittore solo scrittore, e non scrittore e…scrittore ee… (Litizzetto, Totti, Veltroni…ecc. ad infinitum).
Per riaffermare tale figura bisogna scalfire interrompere narrative consolidate. Nel campo dell’ informazione per esempio si è sempre detto che video lunghi più di tre o quattro minuti non vengono guardati. E tre quattro minuti già sono considerati tempi eccessivi. Si è sempre detto che contenuti troppo forti possano annoiare...salvo poi scoprire che ci sono fonti di informazione(Byoblu, ad esempio) che fanno esattamente quello che si è sempre demonizzato: video di due ore parlando di economia, di politica, di digitalizzazione, di complottismo e poteri forti...Un tipo di informazione che ha trovato un seguito in internet, inimmaginabile.

Crediamo perciò che i tempi siano maturi per rompere con la letteratura del completo disimpegno che è quella dominante. Che è una letteratura che non funziona più, che ha prodotto tutto quello che poteva produrre, che è arrivata al capolinea e perciò va ripensata. La letteratura anodina, la letteratura-meme, che ha come scopo, detto in soldoni, di rafforzare la categoria globalista trasversale capace di inglobare tutto “Leggi, se proprio ti è indispensabile, ma non rompere i c…”, un letteratura cioè staccata da ogni possibilità di incidere sulla direzione del mondo, una letteratura corollario, se si vuole, una letteratura orpello, una letteratura che non è più uno dei valori fondanti del progresso sociale connesso a quello finanziario, poichè la crescita finanziaria si è completamente disconnessa dall'investire nel progresso sociale, come invece si faceva fino agli anni Settanta: si produceva ricchezza che veniva reinvestita nel progresso sociale.
Una letteratura, quella attuale, che è sicuramente nata da un disimpegno sociale e dalla conseguente delocalizzazione della figura dello scrittore attraverso le collocazioni deittiche e...e
Ritornare a fare una letteratura di impegno sociale il cui attore (lo scrittore) non è più delocalizzato ma centralizzato nel suo impegno univoco, non significa fare una letteratura noiosa, ma di ritmo, che prenda e interessi nel mentre che si offre una letteratura forte, fatta di contenuti forti ma alternativi ai modelli imposti, che hanno invece come mira il mantenimento di uno status quo, di una stagnazione senza soluzione di continuità che tolga all’individuo il senso della speranza di poter cambiare, che è stato il fattore propulsivo del boom economico italiano del dopoguerra, dei movimenti hippies nel mondo, del Sessantotto (indipendentemente dalle manipolazioni e infiltrazioni che vi sono provatamente state in questi movimenti).

Chi cerca di ricreare un tipo di letteratura contraria a quella imperante del disimpegno totale si trova a confrontarsi con una serie di filtri messi in essere dal mondo editoriale per la preservazione del disimpegno.  Non voglio e non posso (in quanto non ne ho le prove) affermare che esista una letteratura censurata, o manipolata, dagli editori (come vi è nel campo dell’informazione dei media) ma filtrata sì. Le case editrici accettano e pubblicano solo ciò che corrisponde a quello che è stato messo al vaglio dei loro filtri preventivi. Si scelgono solo autori che garantiscono un certo numero di vendite, che vengono presentati da, che sono stati selezionati da, che scrivono secondo certi modelli e stili, che evitino riferimenti a...che non rispecchino una linea editoriale ideologica diversa da quella che sostengono.
Per questo, oggi, scrivere un bel libro, non significa nulla. Si può scrivere un bel libro e rimanere dei perfetti sconosciuti. Si possono scrivere libri di merda e diventare dei bestseller (ne cito alcuni: Jonathan Littel, Les Bienveillantes; Lize Spit, Si scioglie; Frances Mayes, Under the Tuscan sun...), o elaborare testi modesti ma fatti passare per capolavori (Paolo Cognetti, Le otto montagne)…o essere scrittori noiosi ma spacciati per comprovati Dostoyevsky (Elena Ferrante, Elizabeth Strout...). Mi limito a solo alcuni esempi, ma l’ elenco, avendone voglia, si potrebbe allungare e di molto.

Io credo pertanto, che ci dovrebbe essere maggiore onestà intellettuale in chi scrive, in chi pubblica e in chi recensisce. Scriva chi innanzitutto legge, scriva chi ha qualcosa da dire. Scriva chi sa scrivere. Scriva chi ha speranza. Scriva chi vuole rompere lo status quo che nega la speranza.
I critici facciano i critici e non i pennivendoli. E gli editori guardino sì ai bilanci ma anche a promuovere la Cultura. E lo Stato abbia come obiettivo primario promuovere la cultura, la lingua e il modello italiano, in Italia e all’estero (cosa che finora non ha mai fatto, in verità).


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