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STORIA DI PELO, IL RAGAZZO CHE VINSE LA MILANO-SANREMO (I parte)



a mia madre

Piero Chechi era un ragazzino di quindicianni. Come il padre, come il nonno, come il bisnonno, faceva il boscaiolo. Nessuno lo chiamava Piero ma tutti “Pelo”: Pelaccio il nonno, Pelone il babbo, Pelona la mamma, Pelina la sorella, Peluccio, Peletto, Pelino i tre fratelli.
Tutti i giorni estate o inverno inforcava la bicicletta e via per le viottole dei campi, per i sentieri scoscesi e impervi, con il biciclettone di ferro del nonno con tanto di gomme piene. Salite, discese, torrentelli, broti, e via su e giù per quei poggi accidentati. E quando pioveva via, con le ruote che affondavano dentro il pantano, ritto sui pedali per chilometri e chilometri con la pioggia che gli picchiava sugli occhi mezzi chiusi.
E quando passava per l’aie, tutti i ragazzini gli correvano dietro e gli facevano la pipinara. “C’è Pelo, c’è Pelo! Dài Pelo! Dài Pelo che sei il primo!”
E allora sì che ci dava dentro, Pelo. Pareva un fulmine su quelle stradine bianche, tutto impolverato. Partiva con il buio e tornava a casa con il buio.
Abitava in località i Sassi Bianchi, fra San Gemignano e il Castagno.
La sera gli piaceva andare all’osteria, perché lì c’era gente che aveva girato il mondo: chi era stato a Volterra, chi a Cecina; i più azzardosi a Livorno, qualcuno addirittura a Grosseto.
E lui ascoltava con gli occhi sgranati e la bocca aperta. Si parlava di tutto, ma soprattutto di bicicletta. Si parlava di Petit-Breton, di Girardengo, di Ganna, di Gerbi “il Diavolo Rosso”. Della terribile Parigi-Roubaix, su quell’inferno di strada tutta pietra. Del Giro d’Italia, del Tour de France. Ma i racconti che più l’appassionavano erano quelli sulla Milano-San Remo. Perché era corsa quasi sempre con un tempo terribile, perché c’erano le mitiche salite del Turchino e della Cipressa. Perché si correva vicino al mare, che Pelo aveva visto solo una volta e ne aveva un ricordo impressionante.
Così cominciò ad andar matto per le corse in bicicletta. Si mise a seguire tutte le gare che si facevano nei dintorni. Prese ad allenarsi di brutto sui saliscendi tra San Gemignano, Certaldo, Gambassi e il Castagno: giro questo che faceva anche due volte al giorno.
C’aveva preso davvero gusto.
Il babbo, Pelone, cominciò però ad imbestialirsi con quel figliolo che invece di andare nel bosco a spaccar legna se ne stava tutto il giorno su e giù per quei poggi. E per di più mangiava come un pescegatto.
Ma Pelo non sentiva ragioni e, testardo com’era, continuava ad allenarsi. “Domani babbo vò a fare una ‘orsa a Montignoso. E gliel’è la festa di’ Patrono e fanno una ‘orsa in biciretta. Mi ci sono iscritto e ci vò.”, disse una sera a cena Pelo al babbo.
“Tu’ se’ matto! T’ha dato di vorta i’ cervello! E’ l’ora di falla finìaa. E’ l’ora che tu’ metta i’ capo a posto. Da lunedì si torna a’ i’ lavoro ni bosco e basta con questa storia della biciretta, che tutti mi pigliano pe’ i’ culo. ‘Pelone, ho visto i’ tu’ figliolo ieri in biciretta, ma che vò ffa’? Un laora più con te, o che s’è messo a fa’ i’ cicrista?’ ”

Quella notte Pelo fece un sogno. Gli pareva di essere una locomotiva. “Com’ è bello essere un treno!”, pensava. Correva all’impazzata lungo la rotaia che gli sembrava infinita. Correva, correva lungo quella strada senza fine.
D’improvviso finì la rotaia e davanti vide una salita tutta bianca per il ghiaino, ritta e scoscesa da far paura.
D’un tratto si trovò a metà di quella salita. Guardò in giù e vide che veniva su pian piano un omino tutto nero. Sudicio, imbrattato di fango, con un biciclettone di ferro, nero anch’esso, enorme tanto che quell’omino vi pareva davvero piccolo lì sopra. Gli passò davanti a Pelo. Gridò qualcosa. Ma la voce gli mancò a Pelo. L’omino gli sfrecciò di fronte come un razzo. Pelo si girò e lo vide lassù in cima alla salita perso in mezzo a un chiarore che accecava a guardarlo.
La mattina Pelo si alzò presto che nemmeno si ricordava più del sogno.
A Montignoso vinse. Sull’ultima salita partì lui con il biciclettone del nonno e non ce ne fu per nessuno. Gli altri avevano tutti la bicicletta da corsa, ma non vi fu nulla da fare. Pelo parve un missile. Arrivò a Montignoso con venti minuti sui primi inseguitori.


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