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Il Silenzio E Il Verso (I fantasmi)









La linguistica non lo soddisfaceva più.
Si sentiva come un atleta, tecnicamente preparato, con tanti muscoli, ma senza cervello proprio.
Gli mancavano idee sulla vita. Non aveva una visione sulla vita. Aveva bisogno di un pensiero suo.
Un pensiero che gli permettesse di avere una propria opinione del mondo, che non aveva.
Si rendeva conto che i linguisti erano tutti bravi, ma pedissequi, senza autonomia di pensiero.
Positivisti, necessitavano sempre di un positum per elaborare le loro argomentazioni.

Dopo la morte del professor Mazzarroni l‘Istituto di Glottologia di Pisa era divenuto l‘ombra di se stesso.
Non vi era più l‘entusiasmo di prima. La voglia di osare e mettersi in gioco.
Anche suo padre era deluso dell‘aria che si respirava all‘Istituto e meditava di andare prematuramente in pensione e magari ritornare a Livorno.
Cominciò a pensare che doveva cambiare indirizzo di laurea. Che doveva studiare filosofia.
Filosofia indiana l‘ aveva seguita con l‘assistente di suo padre, Il dottor Poggi, che purtroppo anche sui testi filosofici si perdeva con il suo metodo - su ciascuna singola parola tirando troppo in lungo e smarrendo l‘interezza dei concetti.

La filosofia indiana, alla fine, gli pareva solo una cosa ridicola in confronto a quella occidentale. Un ciarpame religioso ripetitivo e senza originalità.
Solo i testi buddisti di Nāgārjuna lo entusiasmavano. La sua Mūlamadhyamakakārika lo interessava veramente, il concetto di śūnyatā e nirvāna esposti in questa opera lo affascinavano.
Per il resto provava solo avversione e noia.

Fu così che cominciò a pensare di trasferirsi a Firenze.
Pisa non godeva di grande popolarità per la filosofia. Pisa sicuramente era famosa per gli studi classici, ma non per gli studi filosofici.
Cominciò a pensare di cambiare e di passare a Firenze, che all’epoca godeva di maggiore fama per gli studi filosofici.
Questo deluse ancor di più suo padre quando gli comunicò di voler studiare a Firenze e abbandonare gli studi di linguistica.
Fu un duro colpo per il padre. Anche se dopo la morte del professor Mazzarroni non coltivava più il sogno di vedere suo figlio prendere il suo posto all’Istituto di Glottologia, certo fu un altro mattone che gli cadde in testa.

Ciò che mosse Giorgio (ma questo lo avrebbe scoperto molto più tardi – in vecchiaia) fu certamente un’interiore inquietudine dell’anima, che si cominciava a delineare in quegli anni sotto forma di insoddisfazione per gli studi universitari. Fu un’inquietudine interiore che si portò dentro come una forma di costante immaturità che scorse dentro di lui come un fiume sotterraneo per anni e anni finché non si aprì una strada e uscì in superficie negli anni dopo la pandemia.
Noi parliamo di un poeta che scrisse poesie fino a diciotto anni (anni Ottanta) poi smise e non scrisse più una poesia fino al 2022, quando all’improvviso e senza preavviso la corrente che lo aveva trasportato in tutti quegli anni si aprì una breccia e dal mondo sotterraneo si fece strada e riversò verso l’alto verso la Pienezza (questo è un concetto di cui discorreremo più avanti) di cui inconsapevolmente si era nutrito per tutte quelle decadi.

Pensando a quegli anni di completa immaturità che lo avevano dominato fino alla vecchiaia molti anni dopo si descrisse così:

Ogni giorno io prego il rosario
E vivo meglio in questo calvario.
Ogni giorno mi preparo a morire.
Ogni giorno perché tanto soffrire
Capisco meno e perché ho vissuto.

Il mondo tace parola, non parla
Vedo i confini e segni darla.
E arriva qua in questa regione
dove vivo in stretta connessione.
Vedo i morti e sento le voci.

A che è servito il mio vivere?
Da idiota un'intera vita scrivere?
Il sole mi amava e m'ha accecato
Figlio idiota, beatificato,
Bello, felice - e coglione andavo.


Negli anni in cui la poesia scomparve progressivamente scomparve anche la sua fede.
Smise di credere in Dio.
Credé di diventare ateo.
Dio morì in lui. Moriva dappertutto Dio in quegli. Nietzsche aveva preannunciato la morte di Dio, ma di fatto non era morto. Ma in Italia fra gli anni Settanta e Ottanta la sua morte si fece definitiva.
Chi continuò a veramente credervi fu un piccolo resto. Per tutti divenne o un concetto obsoleto o qualcosa da rimpiazzare con interpretazioni moderniste che alla fine ne decretarono l’esecuzione.

Lesse Camus, Sartre, e soprattutto fu affascinato dalla musa Heidegger, su cui si perse e cominciò a leggere in originale Sein und Zeit, Was ist Metaphysik e così proseguì di opera in opera fino a che lesse un suo articolo Das Ding e lì cominciò ad aver seri dubbi - che Heidegger fosse ormai arrivato ad un punto che in virtù della fama conquistata avesse cominciato ad atteggiarsi a Vate e poteva dilettarsi a prendere in giro chi lo leggeva. Si sentì in effetti preso in giro e lo abbandonò pressoché definitivamente.
Per un breve periodo credè anche nel transumanesimo.
Ma alla fine quel Dio che lui aveva dimenticato, quel Dio che il mondo intero aveva ucciso in nome dell’Uomo, quel Dio invece, no, non dimenticò lui.

Cominciò a pensare a un ente che comprendesse tutto. Un Eccesso in cui tutto si riconosceva.
Ma l’idea dell’Eccesso, della Pienezza dell’Eccesso, la sviluppò molto tardi. Allora pensava all’Essere - una supercategoria che tagliasse trasversalmente tutte le altre categorie per tutte comprenderle.
Quello che lui cercava in quell’Essere, che potesse includere tutte le altre categorie, era un sentire che era nell’aria, nello spirito del tempo. In fondo stava elaborando quello che era nell’aria.
Negli anni novanta l’Italia subiva una disintegrazione del sistema politico e sociale e si avviava verso un’idea unitaria che era l’idea dell’Europa unita.
Nessuno, o pochi, aveva un’idea di quello che l’Unione Europea sarebbe stata: un inferno come appunto vaticinò Bettino Craxi. Forse l’unico che vide, quasi profeticamente, quello che veramente sarebbe divenuta l’Unione Europea.

Ma quella visione unitaria, tuttavia, risuonava nell’aria e nelle menti, addomesticate, come ciò che avrebbe dato senso a tutto il resto, anche alla frammentazione sociale a cui l’Italia andava incontro.
E spiriti sensibili come quello di Giorgio non potevano non avvertire quella trasformazione.
Era in un certo senso una teologia dell’unificazione che comprendesse la disgregazione in atto - ciò che Giorgio avvertiva senza aver coscienza di quello che elaborava interiormente.
Si allontanava da Dio ma nello stesso tempo elaborava una via teologica che lo avrebbe riportato a Dio.
La sua poesia, rinata decine di anni dopo, sarebbe stata una metafisica che avrebbe mirato alla trascendenza dell’orizzonte delle categorie del saeculum in vista dell’Eccesso oltre l’orizzonte del saeculum.
E allora, in balia, di un nuovo Zeitgeist, avrebbe avvertito di vivere in un non-luogo, in un In-between.
Completamente spaesato. E in esilio, come amò commentare poi il suo status.

In quell’idea di trascendentale che abbracciasse tutto si trasferì a Firenze e si iscrisse a Filosofia.
Sperava invero di trovare un ambiente raccolto, accogliente come l’Istituto di Glottologia a Pisa ma invece trovò una città bella ma caotica, un Dipartimento di Filosofia enorme dispersivo, anonimo.
Continuava a vivere sotto quella cappa di Torre d’Avorio che era stata per lui l’esperienza di Pisa.
Continuava a cercare quello che aveva trovato a Pisa ma stentava a trovarlo a Firenze.
A Firenze era tutto dispersivo.
L’Istituto di Filosofia non gli pareva molto accogliente, anzi quasi si sentiva respingere.
Andava in piazza Brunelleschi alla biblioteca l’unico luogo che, anche da un punto di vista architettonico gli ricordasse, quell’ambiente monastico e di atmosfera scolastica che l’aveva affascinato della biblioteca Universitaria di Pisa.
Tuttavia non non incontrò quello che sperava, e rimase profondamente deluso, anche se le letture che faceva in quel periodo – i Padri della Chiesa e Meister Eckhart – compensavano quella delusione.
Si affidava involontariamente alla reminiscenza del mondo scolastico ovattato del ricordo degli studi di Pisa proiettandolo su quel mondo fiorentino che però gli causava invece distopia.

Già da quegli anni, si ricordò molti anni dopo, aveva cominciato ad esperimentare il non-dove.
Il vivere in una terra di mezzo. Privo di appartenenza e di identità.
Il trascendentale, il proiettare un mondo su un altro mondo, il sentirsi vivere in un non-dove, erano in un certo senso modi categoriali di perceperire una direzione della sua vita nel mondo. Era uno scoprire la direzione, magari in modo incosciente, della sua vita che sembrava, allora proiettarsi all’infinito.

Perché agisse così, perché concepisse così la vita, è una risposta che allora non poteva dare.
Vivendo tempi in cui i valori si sgretolavano cercava sicuramente strutture filosofiche a cui aggrapparsi per colmare il vuoto dei valori che scomparivano in quel periodo storico, rimpiazzati da altri che sembravano allora magari segni di un cambiamento necessario e vero, ma che poi si sarebbero rivelati fabbricazioni di chi aveva interesse a spingere il mondo in una direzione.

Vedi – avrebbe detto più di mezzo secolo dopo alla sua seconda moglie in una terra inospitale in cui visse gli ultimi anni della sua vita – io capisco perché Silvia in un certo senso, di proposito o meno, prova a tenersi distante da me. Quando sua madre era incinta io volevo che abortisse. Sua madre si oppose. Ma io volevo. Io credevo che due come eravamo noi allora, io studente all’università e lei senza lavoro, avevano diritto a vivere bene la vita. A godersela. Un figlio mi avrebbe costretto a cercare lavoro ad abbandonare l’università che era la cosa che più amavo…non cerco scuse. Ero un assassino pronto ad uccidere mia figlia. Ora mi è chiaro e non ho giustificazioni…ma tutta la propaganda sull’aborto mi aveva convinto. Credevo che abortire fosse giusto, fosse una buona cosa…e io idiota ci credevo. Dio era morto. Per tanti anni è stato morto…Credo che già nell’utero Silvia mi avesse avvertito come suo nemico. Tante cose di questo mondo, tanti fantasmi che ci seguiranno per tutta la vita nascono già nell’utero. La capisco, Silvia. Quel fantasma, di un padre che vuole ucciderti è il suo fantasma. E non l’abbandonerà mai!
Io ero pronto ad ucciderla. Come può amarmi del tutto? Non può!

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