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Un giorno d'inverno (Silvia vede il fantasma del padre e di se stessa piccola)

 





Posto qua, ancora un breve capitolo dal mio libro "Essere mio padre" in fase di scrittura. La storia di una figlia che una volta, quando era piccola, era molto attaccata al padre.
Poi, tantti anni dopo, il padre lascia l'Italia e si sposa. La figlia, nemmeno lei capisce bene in definitiva il perché, ma decide di interrompere i rapporti con il padre.
E un giorno, anni dopo, riceve un'email, in cui il padre le dice di volerle tanto bene e che le è mancata molto. Lì per lì la figlia non vi presta attenzione, ma una domenica mattina mentre lava le tazze del caffè una voce gli fulmina il cervello. E' morto. E' morto.
Dalla scoperta della morte del padre qualcosa si impossessa di lei. E più passa il tempo e più lei si sente cambiare, cambiare per divenire sempre più somigliante al padre. Per essere suo padre.
In questo capitoletto che posto. la figlia vede il fantasma di suo padre e quello di se stessa di quando era piccola.


Un giorno di inverno Silvia guidava la macchina.
Come tutti i giorni. Da Cerreto Guidi a Empoli per andare al lavoro. Ma quando arrivò nei pressi del Bivio di Bassa, curvò a destra e non prese a sinistra come avrebbe dovuto.
Curvò lei o la macchina?
Se lo chiedeva ancora, mentre vedeva la macchina andare lungo l’Arno.
Dapprima non capì dove volesse andare. Ma poi lo intese, quando in lontananza vide il ponte di Marcignana...

Dopo circa quindici minuti parcheggiò la macchina sulla destra.
Chi poteva riconoscerla? Nessuno, pensò.
Era quasi certa che nessuno di quelli che vivevano lì quando era piccola fossero ancora lì, alle case popolari. Per quello che sapeva, molti se n’erano andati. Altri, anziani già allora, erano sicuramente morti...e poi anche se qualcuno l’avesse riconosciuta che le importava...
Dal finestrino guardò la porta d’ingresso.
D’improvviso si aprì la porta ed uscì un negro.
Sorrise. E pensò a suo padre. Chissà che avrebbe detto se avesse dovuto abitare con i negri?
Suo padre aveva sviluppato un’avversione per i negri.
Silvia non è possibile! le ripeteva quasi ogni giorno quando ritornava dal lavoro da Firenze. Cammini per la strada e ti fermano venticinque volte al giorno, almeno. Se nell’ora di pranzo ti siedi su una panchina in piazza Santa Maria Novella a mangiare un panino, nemmeno quando mangi ti lasciano in pace! Hai fila uno dietro un altro, che ti salutano e ti vogliono vendere qualsiasi ciondolo. Se entri in un bar c’è sempre una sentinella, o due, negra che ti chiede di comprare qualcosa. Vai in una libreria e arriva il negro che ti vuole vendere qualcosa. Vai a un ristorante e arriva uno che ti vuol vendere le rose, gli accendini, o che altro diavolo hanno... Non parliamo poi se vai al mare, ogni due minuti ne passa uno e insiste fino all’esasperazione...e se lo mandi a fare in culo sei razzista...ma roba da pazzi!
Sì, suo padre se n’era andato per amore. E quello era il primo motivo. Ma l’altro lei lo sapeva era l’immigrazione selvaggia che aveva distrutto l’identità di un popolo. Il suo popolo.
Quella non era più l’Italia che lui conosceva. Non era più l’Italia, era forse lo stesso scenario ma il popolo non era più quello...come lo aveva deluso e fatto arrabbiare quel popolo. Un popolo di “ignavi” lo chiamava.

Guardò poi verso il balcone del terzo piano. Le si strinse il cuore. Si ricordò dei fiori che suo padre curava, e soprattutto del vaso grande di basilico che era come un figlio per il padre. Gli dava tutto da mangiare, e non solo acqua, come a un figlio: carne, uova, olio, latte, frutta...ed era un basilico bellissimo che profumava. In estate quando era molto caldo sentivi l’odore invadere la casa. Lo respiravi a pieni polmoni. Si ricordava quel profumo di basilico, non l’aveva più dimenticato.
Getto un’occhiata alla finestra del cucinotto. Si ricordò di suo padre che cucinava, in quel piccolo spazio.Due piatti in particolare le erano rimasti dentro come memoria indelebile: la pasta alle uova strapazzate, e le penne con tonno e capperi e pepe nero. Come avrebe voluto di nuovo essere quella sua bambina, vicino a lui che preparava la pasta mentre parlavano...parlavano di tutto, e soprattutto lei parlava. Senza fine. Era una grsn chiacchierona quando era piccola. A differenza di ora.
Oh babbo come vorrei che mi preparassi ancora uno di quei piatti di pasta...mormorò impercettibile, quasi.
Chissà chi vi abitava ora?
Avrebbe voluto entrare e rivedere l’appartamento. L’ingresso, la sala da pranzo dove aveva passato tante ore con suo padre a guardfare la tv. La sua cameretta sul retro.
Per un attimo fu tentata di scendere e suonare il campanello e chiedere se per favore gli facevano vedere l’appartamento in cui aveva vissuto fino a diciotto anni.
Poi desisté...che pensiero stupido, si disse.
Prese il telefono allora e chiamò Claudia. Voleva condividere con lei quella improvvisa euforia.
Pronto. Rispose.
Sai dove sono, ora?
No.
A Ponte a Elsa. In via Caduti di Cefalonia. Davanti a casa nostra.
In quel posto di siciliani! Ridendo e alludendo al fatto che all’epoca quando vivevano lì, in quelle case popolari abitavano un numero incredibile di siciliani. Ma che ci fai?
Non lo so. Andavo allo stadio ma quando sono arrivata verso il Bivio di Bassa non capisco se io o la macchina, davvero non capisco, mi sono ritrovata sulla strada che va al ponte di Marcigna.
Sembrò stupita, Claudia. E com’è ora lì? Tutto uguale? Le chiese Claudia, che sembrava intrappolata in altri pensieri.
Più o meno. Quasi nulla è cambiato...Ti ricordi, Claudia, quando eravamo piccole e babbo ci portava con lui al forno, quello sulla destra prima del ponte sull’Elsa?
Madonna se mi ricordo, rispose Claudia, c’avevano una schiacciata che era la fine del mondo. Che darei per mangiarne ancora una così!
Sì. Mi manca...
La schiacciata?
No, babbo. Mi manca da morire.
Claudia tacque.
Dopo una pausa lunga, le rispose: ci dovevi pensare prima, Silvia. Ora è tardi...
Spense il telefono, perché non poteva più trattenersi. E in silenzio cominciò a piangere finalmente. Dapprima le lacrime fuoriscivan lente. Poi fu un fiotto. Fu una crisi di pianto violenta che le scosse il petto. Cominciò a lamentarsi. Oddio, Oddio, Oddio!...gemeva e si portò le mani alla faccia per trattenere quelle lacrime irrefrenabili. Pese di dolore.
Poi si calmò. Si asciugò le lacrime con un fazzoletto di carta. Lo inzuppò pieno. Ne prese un altro. Si asciugò ancora.
Riuscì a calmarsi. Respirò profondo.
La coscienza le faceva male. Le doleva. Il petto anche. Aveva un nodo alla gola che la soffocava. Aprì allora il finestrino, sperando che il freddo l’aiutasse. Respirò ancora a pieni polmoni...
Poi, sentì un click. Si voltò verso la porta e vide il fantasma di un uomo giovane che teneva una bambina di tre o quattro anni per mano. Aveva tanti riccioli d’oro quella bambina. E parlava, parlava, parlava senza fine mentre varcavano la porta e si dirigevano a destra verso la fine della strada. Sapeva dove andavano. Alla fine del marciapiede. Dove avrebbero curvato a sinistra. Poi dopo circa cinquanta metri di nuovo a destra, Avrebbero infine attraversato un breve vicolo incassato fra le case, e da ultimo attraversato la statale, in cui immancabilmente suo padre le avrebbe detto “Attenta!” e da ultimo sarebbero entrati nel bar dove il fine settimana, che non lavorava, suo padre andava a prendere almeno tre o quattro caffè.
Li guardò dallo specchietto retrovisore, allontanarsi.
Raggiunta la fine del marciapiede curvarono a sinistra, infatti.
E scomparvero.

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