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"Moriremo babbo?"






- Che faremo babbo?
- Non lo so Fabrizio. Aspettiamo.
- Ma moriremo babbo?
- No, Fabrizio, non moriremo. Non sono morto in guerra e non moriremo ora. Morirò un giorno, ma non ora.

Verso le 6 del mattino l' acqua cominciò ad entrare nell'ingresso. Ora cominciava a far luce e si distingueva meglio l'immenso mare motoso che si spingeva verso la casa venendo a impattare in modo costante e senza impeto.
Entrò Alvaro Magazzini, il proprietario di casa, insieme a sua moglie Rosina.

- Che fate? Venite su da noi al secondo piano? Vi diamo una mano a portare su le cose che volete salvare.

Da sopra, Fabrizio e Luigi si affacciarono alla finestra della cucina di Alvaro, che dava sul dietro della casa. L' acqua che sul davanti giungeva senza impeti girando intorno alla casa formava un mulinello sul retro spruzzando onde sporche di mota nell'aria.
In quel gorgo videro apparire e scomparire tronchi d' albero, suppellettili, carcasse di animali e a Fabrizio sembrò di scorgere anche un grosso pesce fra le spire della corrente.
Il gorgo dietro casa incuteva timore. Su Montelupo si vedevano volare degli elicotteri che sembrava issassero delle persone che si erano rifugiate sui tetti delle case. Quelle immagini aumentarono il senso di prigionia e paura.
Luigi e Silvano, insieme ad Alvaro, andarono sul terrazzo davanti alla casa.
L'acqua nella parte destra sembrava calma, anche se in un punto fra la casa adiacente di Marzia e quella di Alvaro dove c'era un vialetto protetto da un piccolo cancello di ferro, che portava al retrocasa, si notava bene l'acqua avere più impeto e passare veloce.

- L'acqua ha smesso di crescere - disse Alvaro.

Silvano guardava su verso la Graziani, in direzione della curva del Cubattoli, dove l'acqua non arrivava perché la strada cominciava a salire verso l'alto del poggio su cui si trovava la Graziani, un paesetto di una decina di case.

- Guarda, l'acqua lassù non arriva. Alla casa del Lepri già si ferma. Da qui alla casa del Lepri c'è la casa di Marzia e del dottore. Potremmo provare ad uscire appoggiandoci al muretto delle due case attaccati alle ringhiere. Ci immergeremo nell'acqua fino alla vita più o meno. Fabrizio lo prenderò sulle spalle. Luigi è già alto, potrà farcela da solo - disse Silvano.
Alvaro non sembrava molto d'accordo.

- La nostra casa è solida. Resisterà. Non ci sono problemi. L'ho costruita io con le mie mani. Lo so.

Ma a Silvano quel mulinello dietro la casa non piaceva per niente. Temeva che la forza dell'acqua scavasse sotto e danneggiasse le fondamenta.
Ci pensò e ripensò. Vide che i bambini cominciavano ad aver paura. Sabatina dava segni di nervosismo.

- Sabatina, che facciamo?

"Sabatina, Sabatina, Sabatina!"

- Silvano, calmatevi - gli rivolse la parola la filippina - l' hanno portata all'ospedale. Ci è andato Luigi. Fra poco arriva Fabrizio dal lavoro. Non sarete solo.

- Ma chi t'ha chiesto nulla a te! - rispose male Silvano, con la bava alla bocca.

Nemmeno Silvano sapeva il perché della sua reazione. La pressione alta lo rendeva ebete, lo straniva, e solo nella rabbia trovava sfogo.
La filippina gli misurò un cazzotto.

- Bene, picchiami anche. Poi quando torna Fabrizio glielo dico.

La filippina si fermò e almeno lei ritrovò la ragione.
Silvano continuava a sentire il suono di quel mulinello e gli rimbombava nelle orecchie un ronzio. Continuava a udire "Sabatina, che facciamo?". Ma non sentiva la risposta di Sabatina. Non riusciva a ricordare. Solo il ronzio aumentava.
Vide delle immagini. Un cancelletto di ferro che si apriva, Sabatina che perdeva l'equilibrio e veniva presa dalla corrente.
"Mamma!"
Era la voce di Luigi, che lesto come un gatto l'aveva afferrata per un braccio prima che scomparisse e con una forza incredibile era riuscito a tirarla a sé.
"Sabatina!!!" urlò nell'aria Silvano.
Nessuno rispose, neanche la filippina.
Silvano appoggiò la testa indietro sullo schienale della poltrona. Era sudato. Rivoli di sudore gli scendevano per la schiena e gli macchiavano la canottiera bianca. Dalle finestre aperte entrava solo fuoco. Il fuoco dei 38 gradi di luglio.
Sbarrò gli occhi verso la luce e l'afa che entravano dal terrazzo. Strinse i denti cariati fino a farsi male. Si irrigidí duro come uno stoccafisso e serrò i pugni.
Avrebbe voluto batterli sul tavolo, come faceva alle riunioni di partito quando lo facevano arrabbiare.
Ma ora era lui, lui solo contro la vita, solo contro la morte, solo contro il mistero di un'esistenza di cui nemmeno più si chiedeva il senso.
Un mucchietto di carne e ossa e un grumo incerto di volontà a cui chiedeva di morire prima che fosse possibile.





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