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La carne che non muore (VI) - Visita al cimitero di Livorno





-  Davvero mi accompagnerai? – chiese Antonio.
- Non ti abbandonerò, amore mio. Verrò con te al cimitero.
- Vi faccio preparare qualcosa da mangiare, Eccellenza? – chiese una delle cameriere.
- Non ho fame – rispose Antonio.
- No, amore – intervenne Eleonora – qualcosa devi mangiare...sei così pallido. Ed è da quando aspettavamo la coincidenza a Firenze che non hai più mangiato niente. E anche io mi sento debole, se non mangio qualcosa potrei svenire. 

Antonio la guardò. 

- Non voglio che tu stia male, luce dei miei occhi. Mi hai accompagnato in questo viaggio. Sarai stanca e immagino affamata. Ti ho sottoposto a tante fatiche.

Attesero fino a che una donna li accompagnò in una stanza vicina dove era stata imbandita una piccola tavola, con formaggi, salumi e frutta.
Antonio mangiò pochi bocconi, Eleonora spilluzzicò un po’ di tutto ma poco di tutto. Entrambi sentivano di avere un nodo alla gola e non riuscivano a mangiare.
Bevvero invece del vino rosso, un rosso toscano che li rianimò e diede loro una nuova calma nel mentre che l’alcol faceva il suo effetto.
Antonio prese per una mano Eleonora e le chiese se fosse pronta ad andare. Lei ripose di sì con un cenno della testa.

Si avviarono verso il giardino dove un fiacchere li aspettava.
Era lo stesso fiaccheraio che li aveva portati alla villa. Non se ne era andato. Era rimasto commosso dagli eventi e non aveva avuto la forza di andarsene, incuriosito come era dal sapere che fosse successo. La narrazione lo aveva impietosito. Era stato rifocillato dalle cameriere, e della buona aveva era stata data anche al cavallo.
Quando Antonio rivide lo stesso conducente di prima esclamò:

- Ma siete sempre voi! Non ve ne siete andato dunque?
- Mi è mancato il cuore eccellenza.
- Ma come vi chiamate?
- Giovanni.
- Grazie, Giovanni, per essere rimasto. Per averci aspettato.
- Quando ho visto sentirvi male, Eccellenza...
- Basta! Non chiamatemi più Eccellenza ma Antonio, vi prego.
- Antonio...quando ho assistito al suo dolore, quando ho sentito la storia della morte della vostra sorella, era come se un lutto mi avesse colpito personalmente.

Continuarono a parlare e una simpatia nacque immediatamente fra Giovanni e Antonio. Giovanni era un giovane sui venticinque anni, alto, magro dai modi decisi ma cortesi: il tipo di uomo che poteva godere le simpatie di Antonio.
Il cavallo aveva preso un buon trotto e il fiacchere correva lungomare.
I due uomini tacquero, perché la conversazione era stata coperta dal suono del ferro degli zoccoli e dallo sferragliare della vettura.
Eleonora di tanto in tanto guardava Antonio e scorgendolo sempre cupo e pieno di dolore appoggiava la testa alla sua spalla, stringendogli forte il braccio.
Finlmente giunsero al cimitero, davanti alla porta di ingresso.

- Ci siamo – sospirò Antonio.
- Sì, ci siamo – rispose un po’ spaventata Eleonora.
- Coraggio! Andiamo amore mio.
- Andiamo.
- Aspettate – disse il fiaccheraio – Aspettate che la porta è già chiusa. Fatemi suonare il campanello.

Giovanni suonò il campanello un paio di volte.
Finalmente venne ad aprire un omone grande e grosso.

- Ah! Sei tu Giovanni. Che vuoi? A quest’ ora il cimitero è chiuso. Non lo sai?
- Signor Falleni, lo so ma dovreste fare un’eccezione per questi due mie amici, che sono venuti da Torino e non hanno fatto in tempo a veder la sorella morta.
- Mi dispiace Giovanni, ma qui di eccezioni non se ne fanno.
- Signor Falleni, per me dovrete farlo. Io vi ho salvato il figliolo in Darsena, che stava per affogare...

A queste parole, l’omone parve cambiare atteggiamento.

- Giovanni, io questo non lo dimentico. Ti ho sempre detto che avevo un debito a vita con te. Se questo è quello che io devo pagare per sdebitarmi allora che entrino.
- Grazie, amico mio – rispose Giovanni.



Giovani ritornò al fiacchere, aprì le porte ed aiutò Eleonora a scendere.
Mentre oltrepassavano il cancello, Falleni gli chiese.

- Ma che devono fare i tuoi amici a quest’ ora nel cimitero? Visitare una tomba?
- Non una tomba, ma una morta.
- Una morta?
- Sua Eccellenza è il fratello della signora Giusti, è venuto da Torino perché sapeva che la signora stava male. Ma quando è arrivato la Signora era già spirata e trasportata qui.
- Sì, l’hanno messa nella camera mortuaria in attesa che fosse pronta la tomba.
- Possono vederla?
- Lo sai Giovanni, che non posso negartelo. Ho un debito di riconoscenza che mi lega te per tutta la vita. Se devono vedere la morta, la vedranno.
- Accompagnali dunque – rispose Giovanni – Io aspetterò qui.

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