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Gli americani liberano Volterra



Quando Silvano apprese la notizia ne fu contento.
Fu contento che i partigiani della ventitreesima brigata Garibaldi fossero stati costretti dagli americani a consegnare le armi a Volterra.
li erano sempre sembrati arroganti. E in fondo dei civili non era nemmeno convinto se ne curassero più di tanto, quando dovevano attaccare i tedeschi. 

- Ora ci sarà pace, finalmente – commentò Silvano a tavola – la guerra ora è davvero finita.

Silvano era potuto finalmente rientrare dalla macchia.

- Ora ci sarà la pace, ma solo per un po’ – rispose nonno Giovanni.
- Perché dici così?
 comunisti vorranno andare al potere. E non glielo permetteranno. Non so come andrà a finire. Di sicuro ci sarà un’altra guerra civile.

Il nonno si riempì il bicchiere di vino. Lo scolò d’un fiato. Si accese il sigaro. Fece un paio di tirate. Guardò fuori dall’ uscio. Era scoppiata l’estate. Nemmeno un filo di vento entrava dalla porta. Solo vampate di calore e il canto delle cicale.

- I democristiani non li vorranno al governo – continuò il nonno - gli americani e gli inglesi nemmeno. E Stalin non starà a guardare. E poi io non credo che tutti i fascisti che c’erano nella repubblica di Salò scompariranno d’incanto. Vedrai che da qualche parte rispunteranno. Mi sbaglierò, ma secondo me troveranno aiuto negli americani. Il primo obiettivo degli americani sarà contrastare il comunismo in Europa. Soprattutto in Italia. E magari i fascisti faranno comodo al loro disegno.

Suo nonno Giovanni non era mai stato in politica ma aveva sempre seguito la politica. Soprattutto, nonno Giovanni, era uno di quei contadini che sapeva leggere. E leggeva di tutto. A Volterra vi erano sempre state, fin dall’inizio del secolo, associazioni politiche socialiste e anarchiche che producevano fermento culturale e sociale. Frequentando quegli ambienti nonno Giovanni aveva imparato a leggere e a seguire le discussioni politiche.
Quando poteva andava al cinema a Volterra. Amava vestirsi bene e si profumava usando ancora la celebre acqua di colonia PIM, che nel 1918 quando la febbre spagnola fece migliaia di vittime veniva usata per disinfettare, credendo che fosse efficace contro il virus. Nonno Giovanni era l’esatto opposto di suo figlio, Giuseppe, padre di Silvano. Nonno Giovanni era contadino ma anche uomo sociale e uomo di mondo. Giuseppe, solo un animale da lavoro. Un donnaiolo scapestrato Giovanni, un monogamo ortodosso Giuseppe.
Ma nonno Giovanni era anche uno che aveva cervello, uno che aveva visione politica.
Silvano lo ascoltò e non rispose. Si disse che avrebbe aspettato, aveva tempo e avrebbe scoperto quanto di vero vi fosse in quello che il nonno aveva prognosticato. 

In quel momento la mente di Silvano era anche occupata da altri pensieri. Aveva sentito la storia di un fascista di Volterra che era vivo solo perché erano presenti gli americani. I partigiani lo avevano scortato al carcere con le armi, che però non avevano usate perché dietro li seguiva una jeep di soldati americani.
La moglie aveva accompagnato il marito (il fascista) per tutta la strada. Lo aveva difeso dagli insulti della gente mentre camminava per il centro di Volterra. Lo aveva tenuto a braccetto per tutto il percorso, e davanti all’ ingresso del carcere, prima di separarsi, lui l’aveva abbracciata e baciata. Aveva cercato di rincuorarla. E poi se n’era andato dentro scortato dall’inutile codazzo di partigiani.
Silvano immaginava la scena e si inteneriva al pensiero di quei baci. Pensava alla sua Sabatina, e come anche lui avrebbe potuto trovarsi nella stessa situazione, ma dall’altra parte.
Era tempo di sposare Sabatina. Da troppo tempo erano fidanzati, e a causa della guerra avevano vissuto in mondi diversi, quasi impossibili da congiungere.
Voleva fare una famiglia, voleva riprendere il lavoro. Ma non voleva fare ancora a lungo il contadino. Era un lavoro da bestie. Non voleva essere una bestia per tutta la vita, voleva essere un uomo, civile e politico.

Tutta la giornata dell’ 8 luglio era stata caratterizzata da un duello tra l'artiglieria tedesca e
quella alleata. Poi verso la mezzanotte i cannoni tedeschi avevano taciuto. E improvvisamente all'una di notte la gente di Volterra aveva sentito i passi dei soldati tedeschi muoversi per le stradine, come se quasi corressero. Poi ancora silenzio e infine una serie di spaventose esplosioni. I guastatori tedeschi stavano facendo saltare per aria i macelli fuori Porta Fiorentina, la strada verso via Garibaldi, la via San Lazzaro e lo svolto della Dogana. Fu la loro ultima opera. Poi fu il silenzio. E la fuga, definitiva.
All'alba del 9 luglio 1944 i primi soldati americani entrarono in Volterra. Con loro fecero ingresso anche i partigiani della ventitreesima brigata Garibaldi. Quando la città fu considerata sotto il controllo americano fu richiesto ai partigiani di consegnarte le armi.

Giuseppe, il padre, era venuto ad avvertirlo alle Cetine. Appena gli era giunta la notizia, verso le dieci del mattino, subito era corso dal figlio per riportarlo a casa.

- Silvano! Silvano! Esci. La guerra è finita!!! Sono arrivati gli americani a Volterra. – aveva urlato da fuori, davanti alla grotta, anche lui preso dall’euforia.

Quando Silvano uscì fuori il padre lo abbracciò e cominciò a piangere. Silvano lo abbracciò. E piansero così, abbracciati, dandosi delle pacche sulle spalle.

- E’ finita, è finita...- mormorava in modo indistinto il padre.
- E’ finita – replicava Silvano.

Dopo quasi nove mesi di macchia, di freddo, di buio, di vita da cinghiale, era ritornato a casa. E aveva avuto la sensazione di ricominciare a vivere. Di una nuova vita, senza paura finalmente. Ma era difficile abituarcisi. In verità si sentiva sperso, e aveva timore ad affrontare di nuovo il mondo. Fu una delle poche volte che in vita sua gli venne meno il coraggio.
Ida, sua madre, gli aveva preparato un pranzo per festeggiare. Sembrava che fosse Natale, ed era invece il nove di luglio.
Ma la fame gli tolse i pensieri, e la paura dileguò grazie al cibo che gli riempiva la pancia.
Ora sapeva che avrebbe potuto cominciare una vita di cui neppure ricordava il nome.

La fame e la fatica gli tolsero le paure che riempì con il cibo, giorno dopo giorno. Il lavoro nei campi lo stancava, la fame e la fatica erano saziate dal cibo abbondante e robusto di Ida che gli ridava forza. Lavorava come un mulo e mangiava come un lupo.
Passò un anno, passarono due anni di lavoro. Non successe molto in quei due anni.
Il suo mondo erano i campi, i filari delle viti, brulli in inverno e verdi in estate, e il cielo inseparabile sopra di loro. Era tutto quello che aveva visto negli ultimi due anni. Nove mesi li aveva passati nel buio di una miniera e il resto nel recinto dei poderi e delle stalle.
In estate aveva la distrazione delle aie dove andava a battere il grano, evitando di stare tutto il tempo a dorso nudo piegato sotto il sole a segare il grano.
Fu allora quando girava da fattoria a fattoria per battere il grano, e poi quando si spinse a Firenze, fino a San Salvi, per la battitutura con la trebbia, che cominciò a pensare che voleva un lavoro che gli permettesse di viaggiare.
Fu in quelle occasioni che cominciò a tradire Sabatina. La notte si dormiva all’aperto nelle aie, e non sempre si dormiva soli.

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