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Autobiografia di un poeta - da lui medesimo scritta (Giorgio conosce Luisa)

 





Ma quando aveva cominciato a pensare alla poesia in modo così vitale?

Se lo ricordava bene. Avrà avuto diciotto anni.

Era stato in un bellissimo giorno d‘estate, probabilmente a metà di giugno, mentre camminava sul Ponte di Mezzo, e aveva visto una mamma baciare sua figlia, nell‘atto di separarsi, e aveva visto come si illuminavano gli occhi di quella madre al solo guardare la figlia.

Lì, a metà del ponte, aveva inteso che la poesia è il bello che vive e pulsa nell‘uomo, e che affiora talvolta e si manifesta in moti di commozione e di felicità. Probabilmente la poesia è molto vicina alla felicità. Pensò. Al piacere di vivere e di essere umani quando ti senti mondato del lezzume del mondo.

Ed è soprattuto poesia l‘emozione della meraviglia, la capacità di stupirsi davanti al mondo, nonostante tutto.

Questa meraviglia, questa capacità di meravigliarti o ce l‘hai o non ce l‘hai. E‘ come avere un naso camuso o aquilino. Una proprietà tua e particolare, che solo tu hai e hai un modo unico e irripetibile.

Volge il sole al tramonto; un luccichio
cava dai vetri, un dorato splendore,
della casetta su in alto romita.
E tutto il dolce che c’è nella vita
in quel sol punto, in quel solo fulgore
s’era congiunto, in quell’ultimo addio.

All‘Istituto di glottologia, dove insegnava il padre, frequentava i corsi di sanscrito ma tenuti dall‘assistente del padre. Il dottor Daniele Poggi, specializzato in indo-iranico, che oltre ai testi dei Veda studiava con grande interesse, e profitto, quelli dell‘Avesta.

Le sue lezioni erano minuziose analisi delle parole da un punto di vista glottogonico. I 45 minuti di lezione volavano via sull‘analisi di una o due parole, molte volte.

Si ricordava di una lezione intera sulla particella ápa, presente nei testi vedici. Pert  45 minuti spaziò dal greco antico ἀπό all‘ittita āppaāppan, al luvio apara/i, licio epre/i per finire all‘avestico apāxtara-.

Erano percorsi tortuosi che lo meravigliavano e lo rapivano e lo portavano in estasi, perso in quel monto di segni arcaici che continuavano a parlare nel mondo dopo secoli e secoli a chi voleva sentirli parlare.

Non etrano molti in quel corso. Nei momenti di massimo affollamento potevano raggiungere le 7 unità.

Nel corso vi era una ragazza dai capelli scuri, ricci, con una lunga coda di cavallo. Labbra carnose. Occhi grandi verdi come il mare e seni prominenti duri come due meloni.

Si chiamava Luisa.

Non era una studentessa giovanissima, aveva 27 anni come poi scroprì.

Qualche volta, specialmente nelle uggiose e fredde giornate d‘inverno, non era raro che fossero lui e lei i soli a seguire il corso.

Siete i miei più fedeli studenti. Si rivolse a loro due una volta il dottor Poggi al termine di una di quelle sue lezioni mozzafiato. Come vi chiamate? Chiese sinceramente incuriosito il professore.

Fu allora che Giorgio scoprì che lei si chiamava Luisa.

Fu allora facendo conversazione con il professore che cominciarono a parlarsi e a conoscersi. Prima di allora mai si erano parlati. Appena si erano salutati.

Così quando il professore, ringraziandoli, li salutò, Giorgio e Luisa continuarono a parlare e decisero di andare in un bar vicino all‘istituto per mangiare qualcosa insieme.

Le lezioni finivano sempre verso mezzogiorno e si offriva bene quella situazione di andare a pranzo insieme, qualcosa in modo completamente naturale. Spontaneo e senza forzature.

Ma tu, Luisa, di dove sei? Non hai l‘accento toscano. Le chiese Giorgio mentre addentava un panino al tonno e carciofini con tanta maionese.

Sono di Parma.

Di Parma?

Sì.

E abiti alla casa dello studente?

No, a Firenze.

A Firenze???
Sì.

Che curioso...e come mai?

Mio marito insegna all‘università di Firenze.

Tuo marito??? Sei sposata?

Sì. Lui è molto più anziano di me. Venti anni di più. Ci siamo conosciuti in un corso di filologia baltica all‘università di Firenze. Poi ci siamo innamorati e sposati.

E perché non studi a Firenze? E perché soprattutto fai sanscrito e non una lingua baltica?

Non era conveniente che io continuassi a frequentare l‘isituto di baltistica a Firenze. Dava adito a voci che lui mi aiutasse e favorisse negli esami. Allora ho deciso di venire a Pisa e studiare sanscrito. Sai che ci sono molte analogie fra il sanscrito e il lettone, il lituano in particolare.

No, non lo sapevo. Per esempio?

Molte parole per esempio. Ti faccio qualche esempio ma sono molte di più...Per “fumo“ in lituano abbiamo  dūmas in sanscrito abbiamo dhumas. “Uomo“ lituano vyras sanscrito viras. “Lupo“ abbiamo vilkas in lituano e vrikas in sanscrito. “Notte“ naktis in lituano  e naktis in sanscrito, ratas e rathas per dire “ruota“, šuo e švan per “cane“...e poi il futuro lituano è uguale al futuro sigmatico sanscrito: per esempio le prime tre persone singolari...būsiu "sarò" būsi "sarai" bus  "sarà" sono pari pari il sanscrito bhaviṣyāmi  bhaviṣyasi  bhaviṣyati...che poi se ti ricordi c‘è anche in greco antico λύσω  λύσεις  λύσει  ...

Era bella Luisa. E colta. Si sentiva attratto da lei. Mentre lei parlava lui la seguiva come fosse pietrificato dai suoi occhi grandi e incantatori come quelli della gorgone Medusa.

Come sei bella Luisa! Le disse imbambolato, con la faccia da pesce lesso, mentre lei continuava a parlargli con tanto trasporto delle somiglianze fra la lingua lituana e sanscrita.

Lei si fermò. Lo guardò per un attimo in modo strano e tesa, quasi offesa. Poi il suo viso divenne dolce, morbido e non più teso, e arrossì improvvisamente fino alla punta dei capelli.

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