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"Isole di felicità - Laimės salos" - Sliding doors




Uno dei personaggi de “La peste” di Albert Camus è Jean Tarrou che aiuteràil dottor Rieux nella lotta contro l’epidemia e morirà alla fine del romanzo. E’ un personaggio misterioso: non ha moglie né figli, non ha un passato evidente (solo un passato che si rivelerà poco a poco).

Camus ce lo descrive così “s’était fixé à Oran quelques semaines plus tôt et habitait, depuis ce temps, un grand hôtel du centre. Apparemment, il semblait assez aisé pour vivre de ses revenus. Mais, bien que la ville se fût peu à peu habituée à lui, personne ne pouvait dire d’où il venait, ni pourquoi il était là”[1].
Diego certe volte si sentiva come Tarrou. Non era ricco ma nel bene o nel male da alcuni mesi viveva senza lavorare.
Qualcosa, dopo la morte di entrambi i genitori, era rimasto sul conto e suo fratello gli aveva inviato il cinquanta percento del rimanente.
Rimaneva da decidere che fare con la casa. Venderla o affittarla.
Dentro di sé avrebbe voluto venderla, avere settantamila o centomila euro sul conto lo avrebbe salvato, perché qui a Vilnius non vedeva possibilità di lavoro. Almeno non immediato.
Tuttavia capiva anche le ragioni del fratello.

- Non vorrei svendere una casa che vale trecentomila euro. Se la vendessimo ora non prenderemmo più di centosessantamila euro…mi dispiacerebbe, visto tutti gli sforzi che sono stati fatti per averla e mantenerla. Non ultimo il fallimento della ditta di papà, il riscatto dell’ipoteca….

Non aveva torto suo fratello però…però Diego aveva cinquanta anni e suo fratello cinquantotto. Non sarebbero stati eterni.
Se moriva lui va bene, nessun problema avrebbe preso tutto suo fratello e sarebbe tutto finito. Ma se moriva prima suo fratello quanti problemi sarebbero stati per Diego?
Ritornare in Italia (che non voleva più), cercare di venderla. Sloggiare gli inquilini, pratiche burocratiche, conti bancari…mille problemi. E lui non aveva voglia di ritornare in quel mondo. Lo aveva lasciato e sperava per sempre.
Nonostante capisse le ragioni di suo fratello si convinceva ancor più che erano le ragioni di chi si crede eterno in questa vita.
Non erano mamma e papà, con le loro recenti morti, la testimonianza di come tutto passi e quello che hai non te lo porti dietro?
Tuttavia chi non lo conosceva non poteva immaginare quante domande si ponesse Diego e soprattutto vedeva solo questo uomo girare per Vilnius, frequentare i caffè delle librerie e scrivere e poteva forse fantasticare sulla realtà sconosciuta che questo uomo di bell’aspetto di mezza età, straniero e sconosciuto che a malapena sapeva usare la lingua lituanasi portava dietro e celava al mondo.

Tarrou ne “La peste” si poneva una domanda fondamentale (all’inizio del libro): “Comment faire pour ne pas perdre son temps?”[2].
Si rispondeva così: […] l’éprouver dans toute sa longueur […] passer des journées dans l’antichambre d’un dentiste, sur une chaise inconfortable ; vivre à son balcon le dimanche après-midi ; écouter des conférences dans une langue qu’on ne comprend pas, choisir les itinéraires de chemin de fer les plus longs et les moins commodes et voyager debout naturellement ; faire la queue aux guichets des spectacles et ne pas prendre sa place, etc.“[3]

Anche Diego aveva una domanda fondamentale: “Quanto sono cambiato in questo mese di permanenza in una città straniera?”

Risposta: “Sono dimagrito, lo vedo dalla faccia. Rūta dice che la mia faccia ora è meno sofferta, più luminosa e distesa. Ho anche perso un po’ della pancetta che mi assillava. I capelli…i capelli sembrano di più e crescono più velocemente che in Italia. Sarà possibile? E la barba è più ispida e dura. Anche Rūta mi ha detto che ora le fa male e che all’inizio, appena arrivato dall’Italia, non la sentiva così urtante. Forse effetto del clima? Del freddo che indurisce la pelle? Mi lavo spesso i capelli cosa che non facevo in Italia. Massimo erano tre volte a settimana. Qui anche quattro o cinque. Forse l’inquinamento è aggressivo qui e a Parma non era così radicale…ma perché si dava quelle risposte? Non era felice qui?

Sì era felice ma nuotava in un elemento diverso. Era uscito da un mondo che lo disturbava ma ancora non si era adattato al nuovo universo e forse quando vi si sarebbe adattato non sarebbe stato così bello come ora che viveva avvolto in doppio sogno, Rūta e la vita nuova che imparava a Vilnius.

Gli ritornò in mente il film “Sliding doors”. Sì, davvero la vita era così. Tutto è legato alle scelte che fai. Scegliere cambia la vita. Ti trasporta in un universo in cui se avessi scelto diversamente non saresti entrato.
Ma si potrà ritornarne indietro, a quello di prima?
Forse, ma forse ancora non vi era pronto.

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[1] Si era stabilito ad Orano poche settimane prima e da allora viveva in un grande albergo nel centro. Apparentemente, sembrava abbastanza benestante da vivere con le sue entrate. Ma sebbene la città si stesse gradualmente abituando, nessuno riusciva a capire da dove venisse, o perché fosse lì
[2]Come evitare di perdere tempo?
[3][…] sperimentarlo in tutta la sua lunghezza […] trascorrere giorni nell'anticamera di un dentista, su una sedia scomoda; vivere sul proprio balcone la domenica pomeriggio; andare a conferenze in una lingua che non intendi, scegliere i percorsi ferroviari più lunghi e meno comodi e viaggiare in piedi in modo naturale; fare la fila alla biglietteria e non prendere posto in sala, ecc.



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