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giovedì 31 ottobre 2019

L'uomo impermanente (parte terza)




Foto Živilė Abrutytė


Di notte, io, uomo di carattere, adoravo guardare mia moglie che dormiva. Seguivo i lineamenti del suo viso cercando di scoprire chi c'era davvero dietro a quell’amato volto.
Ma percepivo il suo viso come un ostacolo, un ostacolo alla verità che sentivo nascosta dietro il volto che amavo. Una verità eterna e immutabile di una materia che non era materia, ma pura energia, forse. Forse un’energia cosciente, con cui cercavo un dialogo, ma ne ero respinto ... Era una materia sorda a qualsiasi richiesta.
Ma quella notte senza preavviso mi percepii come se stessi dormendo fuori dal mio corpo, come se mi fosse stato tolto uno strato. E improvvisamente mi osservai dall'alto. Ero lì, ad un'altezza di circa due metri e mi vedevo sdraiato, allo stesso tempo.
Ero morto? Forse, ma non mi sentivo morto. Ero solo eccitato.
Ma era tutto ciò reale?
Mi sentivo incredibilmente leggero. Era tuttavia una leggerezza che nessun essere umano può sperimentare perché viviamo semplicemente bloccati nei corpi.
Volevo guardare i miei piedi ma non riuscivo a trovare alcun piede. Cercai quindi le mie mani e non vidi neanche le mani. Stavo ancora sperimentando qualcosa come essere in un corpo da cui ero fuori?
Ricordo che ero circondato da un silenzio incredibile. Un silenzio indescrivibile. Un silenzio che non possiamo percepire sulla terra in nessun modo.
Poi una porta si aprì sul mio lato sinistro. Non era una porta, era un come lo stipite di una porta, ed era pieno di luce. E quella luce aveva una frequenza diversa rispetto a quella della terra. Non era in nessun modo paragonabile alla luce del sole.
Fui attratto da quella luce e mi spostai verso di essa. Mi mossi lentamente verso quella fonte di luce. In quel momento sentii una voce. Una voce che diceva: vuoi andare? vuoi davvero andare?
Era solo una voce. E non vidi niente o nessuno.
Veramente vuoi andare? Ripeté la voce, per la terza volta.
In quel momento pensai a mia moglie, guardai mia moglie sdraiata nel letto, vicino a me. E una forza mi riportò indietro, al mio corpo, ad una velocità incredibile.
Da quella notte una nuova coscienza prese possesso di me. Capii che noi esseri umani siamo immortali. E ciò che sperimentiamo come paura della morte è solo paura dell'immortalità. Siamo esseri fatti di coscienza e l'universo è coscienza, apparteniamo all'universo come coscienza e abbiamo la stessa grandezza di quella Coscienza. È la possibilità dell'infinito, come coscienza, che spaventa, noi esseri umani.
Dobbiamo venire alla vita dell’esistenza per sperimentare cosa significa essere coscienza, perché non si può avere coscienza dell'amore senza sperimentare l'amore all’interno dell’esistenza.


martedì 29 ottobre 2019

L'uomo impermanente (parte seconda)


Foto Živilė Abrutytė


Il mio cuore era a pezzi a causa delle mie figlie e dei miei genitori. Ma ho già parlato delle mie figlie. I miei genitori invece erano morti due anni prima. E la mia vita presente, senza di loro, era diventata misera come la vita di un uomo che vive senza una gamba dopo che è stato amputato a causa della cancrena e tuttavia cerca la gamba che una volta possedeva e perché non la trova piange questa perdita, incapace di superare quella sensazione di fondo di esserne stato privato e di non crederci tuttavia.
Ho dovuto riprogrammare il mio sistema. Ho dovuto superare la negatività. Ho dovuto prendere il controllo dei miei geni e cambiare la mia vita in positivo. Ho imparato che i pensieri positivi producono nel corpo una chimica diversa rispetto ai pensieri negativi. E allora se avessi voluto aprirmi alla positività, avrei avuto bisogno di pensieri positivi. Perché i pensieri negativi chiudono. Ti mettono in una posizione difensiva. Se volevo crescere, dovevo dunque aprirmi.

Iniziai a camminare nei giardini, a guardare i fiori, a sorridere senza motivo, a parlare con me stesso mentre camminavo.
Mi sentii meglio. Sembrava che il mondo fosse cambiato. Ma proprio nel momento in cui percepivo il cambiamento, mia moglie, la mia adorata moglie, per WhatsApp, invò una foto che mi aveva fatto la notte prima. Mi ero addormentato, il portatile acceso sulla pancia.
Ero in pantaloni sportivi corti neri e indossavo una maglietta nera.
Parevo morto.
Oh, come non sono niente – solo una povera cosa! Ho esclamato a vedermi come un cadavere su quel divano. Immediatamente mi sono reso conto che non ero niente in questo mondo, in questo universo. Solo carne, ossa e sangue. Niente di più.
Ho perso di nuovo fiducia in me stesso e ho adorato la visione dei miei capelli bianchi dai riflessi biondi dato che sembravano così morbidi da accarezzare. Ho avuto pietà di me stesso. Ho avuto pietà per quel corpo snello, sdraiato sul divano.

A Kaunas abbiamo comprato (io e mia moglie) una società di importazione, Toskanos Dovanos aliejaus namai. Era di proprietà di una signora, che aveva deciso di cambiare vita. Le persone inquiete cercano sempre un modo per cambiare vita. E lei era inquieta.
Smise di fare business, voleva diventare una massaggiatrice.
Iniziammo a fare trading con il mio paese. Compravamo pistacchi da Bronte, in Sicilia, olio d'oliva da San Miniato, in Toscana. Cosmetici dall'Emilia Romagna.
Mia moglie aveva sempre avuto il sogno di lavorare con l'Italia. E ora i suoi sogni si erano avverati.
Quando era giovane, durante l'occupazione sovietica, quando aveva undici anni, scrisse, istintivamente, una composizione sull'Italia. Forse aveva sentito parlare solo una volta di questo paese, ma fu affascinata da ciò che questo paese echeggiava di lontano. Un sogno di libertà, a quel tempo, forse. Un sogno di un altro mondo pieno di sole e gioia per la vita.
Il che fu confermato il giorno in cui ascoltò Romina e Albano cantare "Felicità". Fu il giorno che seppe. Quale sarebbe stato il suo destino.

Due anni prima di comprare Toskanos Dovanos, volle aprire una pagina su Facebook, era determinata a fondare una comunità italiana. La sua prima idea fu di chiamarla "Comunità Italo - Lituana".
Osservai che in italiano "comunità" non suona come in "bendruomenė" in lituano, dal momento che usiamo principalmente questo termine per comunità religiosa, comunità scolastica, comunità di recupero per tossicodipendenti ... alla fine diverse tonalità che non riescono a esprimere lo stesso concetto.
Dopo aver cavillato un po’ sul tema, seguendo un mio suggerimento, decidemmo di chiamarlo "Residenti Italiani a Vilnius".
Mia moglie era entusiasta dell'idea di iniziare questa "comunità". Era così ansiosa di organizzare eventi per e con italiani. Aveva un tale entusiasmo per gli italiani che era al limite della frenesia e dell'assurdità.
Io ero meno entusiasta. E dopo un anno di organizzazione di eventi con e per gli italiani, anche lei divenne meno entusiasta. Era quasi profondamente delusa.
Perché?

Credo che non sia riuscita a esprimere la sua forte delusione per la mancanza di parole adeguate. Le parole più adeguate per chiarire la delusione furono pronunciate da uno chef italiano che era diventato famoso in Lituania. Lo incontrammo nel suo atelier gastronomico, il giorno che lo visitammo per vendergli i nostri prodotti.

- Io gli italiani di qua, li schifo. Li evito. Preferisco lavorare con i lituani. Gli italiani sono troppo difficili. Sempre infelici, sempre inclini a dimostrare insoddisfazione. I lituani sono persone veloci e dinamiche. Gli italiani sono lenti, vecchi, appiccicosi, fastidiosi ... chiedono sempre favori. Allora, io qua, in Lituania, sono famoso, ma quando il presidente della Repubblica italiana è venuto a Vilnius per visitare la comunità italiana, non sono stato invitato. Ho incontrato il presidente e l'ambasciatore d'Italia a Vilnius alla cena ufficiale del presidente della Repubblica lituana. Ti rendi conto? Che figura di merda hanno fatto!

Lo chef non si sbagliava. Un paese strano, il mio paese, dove tutti vanno al ristorante, i bar sono pieni di gente ogni giorno, nessuno lavora e quando lavorano sono pigri, lenti. Non amano che lodare se stessi e parlare male di altre nazioni: siamo i migliori al mondo, in nessun altro paese si vive bene e si mangia bene come in Italia, noi abbiamo insegnato la cultura in tutto il mondo, noi abbiamo avuto il Rinascimento ...
La mia esperienza con gli italiani a Vilnius fu del pari deludente. Persone inutili, inaffidabili e senza istruzione il cui unico scopo vitale era solo quello di mangiare.
Gli italiani considerano la pancia come il centro del loro mondo, dentro. Fuori hanno il sole.
Spesso dicono - non c’è rimasto altro. E con questo, pensano al fatto che la loro storia li ha privati anche della speranza di cambiare. Cosa rimane allora? Cibo e sole.
Hanno pance senza fondo. Mangiano molto (e cagano molto, probabilmente) perché hanno costantemente bisogno di riempire il loro intestino fino all'orlo. Sono vuoti Vuoto di speranza e a corto di idee.

Mes, italai, nuolat kalbame apie tai,
Ką valgėme vakar,
Ką valgome dabar,
Ką valgysime rytoj[1]

Ha detto un famoso ristoratore italiano che gestisce due ristoranti italiani a Vilnius.

L'esperienza commerciale non fu migliore. Cominciammo a comprare pistacchio da Bronte, in Sicilia.
Ma di nuovo ci rendemmo conto che per ottenere una risposta da un’azienda siciliana era necessario telefonarle o inviarle email almeno cinque, sei volte e arrivare persino al punto di raccomandarsi che fossero così così gentili da inviarci la fattura per effettuare il pagamento. Dovevamo quasi supplicarli. Era assurdo. E tuttavia facendo questo forse dopo tre settimane potevamo ottenere una risposta. O forse no.

Giuseppe Prezzolini diceva che per poter amare l'Italia era necessario prendere un piroscafo e partire dal Bel Paese .. Bisogna guardare l'Italia da molto lontano per amarla, aveva detto. Ecco, lontano dalla mia patria, non odiavo l'Italia ma non amavo nemmeno l'Italia. Mi mancava il sole, ovviamente, il clima ovviamente, ma ero felice di essere lontano dalla popolazione globalizzata, meticcia, che ora stava colonizzando il mio paese. A volte mi mancava però quella tensione sociale che è alta in Italia. A volte mi mancavano i colori della Toscana, la mia terra, a volte la casa dei miei genitori che ora era vuota. Molte volte mi mancava l'amore delle mie figlie ... Ma tutto il resto no, non mi mancava.
Tutto è così complicato in Italia. Tutto è così lento e contorto. Vecchio. Tutto è socialmente complesso, ti riduce quasi all'inerzia. Ti svuota. Alla fine, perdi la tua coscienza personale e ti rendi conto di come gli italiani sono solo un popolo di pecoroni.

In quei giorni iniziai a leggere un libro di un filosofo lituano, Alvydas Jokubaitis, che aveva scritto il libro Politinis idiotas[1]. Riguardava il declino dell'Homo Interior nella nostra società. Uno studio parallelo tra l'Homo Interior della tradizione agostiniana e l'interpretazione di Dostoevsky., entrambi destinati a scomparire nell'attuale società dominata dalla stupidità politica.
Ubi homo? Ubi homo interior? Galima sakyti kad jie žmogų išstūmė į pogrindį, kaip rašė Dostojevskis. Si può dire che sia stato spinto nel sottosuolo, come scrisse Dostoevsky. Rispondeva Jokubaitis.

Dopo aver letto il libro provai a porre la stessa domanda a Corrado. Corrado era un pittore italiano che viveva a Vilnius ed era uno dei pochi (italiani) che incontravo di tanto in tanto.
L'uomo, una volta, era il centro del mondo e dell'universo. Era un essere spirituale. Era compassionevole, misericordioso, doveva essere altruista. E quello era l'uomo cattolico, Corrado. Ma esiste ancora questo uomo spirituale tipico del cattolicesimo? O a sopravvivere invece è un opaco cattolicesimo gnostico e quindi un opaco uomo gnostico? È una grande domanda, Corrado.
E oggi? Oggi è il nichilismo assoluto dettato dal globalismo meticcio prevalente, che rifiuta l'uomo spirituale.
Qual è la differenza tra un uomo e un animale oggi? Non c'è differenza, Corrado.
Sai, siamo considerati solo una parte della catena alimentare, non siamo stimati più essere in cima alla catena alimentare, come una volta credevamo. Questa è l’opinione prevalente, al giorno d'oggi, e sai cosa significa?
“No.” Di solito rispondeva Corrado.
Significa che non siamo nulla, siamo esseri fatti di carne e sangue, non abbiamo scintille divine dentro.
Corrado ovviamente non poteva aiutarmi. Nel profondo stato di sgomento in cui ero caduto, solo mia moglie poteva mitigare il mio dolore. Mi baciava sulla tempia e mi accarezzava i capelli, come per calmare la mia turbolenza all'interno.
Senza di lei mi sarei sentito perso. Mi sarei definitivamente perso.
Mi sentivo come se fossi stato gettato nel sottosuolo, anche io. Ero in quel sottosuolo, gettato in un angolo, fuori dalla mia vita, tormentando me stesso per la mancanza di una vita reale. Sentivo che mi mancava il senso di appartenere a. Non appartenevo a niente. Questa era stata la mia tragedia.
Per caso, in You Tube sentii uno scienziato quantistico che diceva che andava ogni domenica in chiesa, era cristiano solo perché la chiesa, la comunità cattolica, gli dava un senso di appartenenza al cristianesimo. Aveva trovato il modo di appartenere a qualcosa. Io no. Io ero isolato, limitato al mio modo di vivere incapsulato. Perché?
Dostoevskij aveva una risposta pronta per me: un uomo del diciannovesimo secolo doveva e deve essere moralmente e preminentemente una creatura priva di carattere; un uomo di carattere, un uomo attivo è principalmente una creatura limitata.
Ma di cosa può parlare un uomo perbene, con maggior piacere?
Di se stesso, ovviamente.

Di notte, io, uomo di carattere, adoravo guardare mia moglie che dormiva. Seguivo i lineamenti del suo viso cercando di scoprire chi c'era davvero dietro a quell’amato volto.
Ma percepivo il suo viso come un ostacolo, un ostacolo alla verità che sentivo nascosta dietro il viso che amavo. Una verità eterna e immutabile di una materia che non era materia, ma pura energia, forse. Stavo cercando un dialogo con quell'energia, ma ne ero respinto ... Era una materia sorda a qualsiasi richiesta.


[1]
Noi italiani parliamo sempre
Di quello che abbiamo mangiato ieri,
Di quello che mangiamo oggi,
di che cosa mangeremo domani

[2] L’idiota politico

lunedì 21 ottobre 2019

L'uomo impermanente (parte prima)





Foto Živilė Abrutytė



Molte le cose inquietanti, nulla di più inquietante dell’uomo 
(Sofocle, Antigone)



Di solito si dice che non devi mai iniziare un libro in questo modo: una mattina mi sono svegliato, ero stanco, ero scontento della mia vita, ero triste e depresso ...
Ma una mattina, in verità, mi sono svegliato, ero stanco, ero scontento della mia vita, ero triste e depresso ...
E sapevo il perché. Ero bloccato da qualche parte nel nulla, sepolto dall'impossibilità di trovare la storia giusta da scrivere.
Stavo scrivendo due libri a quel tempo. Uno riguardava un giovane idealista che prese parte al Risorgimento italiano. Mi ero ispirato a Ippolito Nievo e al suo ultimo giorno di vita. Volevo che questa storia fosse legata al suo ultimo viaggio da Palermo a Napoli. Tutto doveva succedere a bordo del piroscafo Ercole, prima del naufragio, dove morì. Avevo pensato di usare le tecniche del flashback e foreshadowing per ricordare tutta la storia del Nievo in Sicilia con i Mille, dal giorno in cui era sbarcato da una nave nel porto di Marsala con altre mille camicie rosse fino all'ultimo giorno della sua vita sull'Ercole. Volevo mostrare il fallimento di quegli ideali politici che lo portarono in Sicilia con Garibaldi. Volevo mostrare la disillusione per aver creduto in un paese che non c’era e che non ci sarebbe mai stato.
L'altro libro era un argomento diverso, e parlava di un artista marziale che viveva a Vilnius e trovava il suo amore in quella città e conosceva il professore Zecharia Najafi, un ibrido, discendente della stirpe rettiliana. A causa di questo secondo libro, ero finito in un nuovo campo che mi aveva costretto a letture estenuanti.
Non ricordo come ma un giorno mi sono imbattuto in David Icke, un teorico della razza rettiliana. Ho iniziato a leggere il suo libro The biggest Secret. Una specie di Bibbia sulla razza dei Rettiliani.
Troppe informazioni, dati, troppe cose. Era fuorviante. Leggerlo mi sfiniva e mi dava sofferenza. Non volevo soffrire La mia vita era già un insieme di sofferenze inattese.

Ho iniziato a pensare che Nievo aveva lo stesso tipo di sofferenza, la stessa che avevo io, che era impossibile da definire.
Come venire a capo della mia situazione? Avere visioni e pensieri che potrei confessare, dire a chiunque perché chiunque potesse capire il dolore che mi procuravano?
Posso solo dire che mi sentivo come senza paracadute. Come cadere senza protezione. Che tutta la mia vita era cambiata e io ero cambiato seguendo la mia vita.
Le cellule del mio corpo erano morte miliardi e miliardi di volte e miliardi e miliardi di volte erano rinate.
E tutto era passato, come davanti agli occhi di un uomo che sta per affogare. Tutta la sua vita in un solo momento.
Tranne un nucleo che chiamai Me. Che rimaneva comunque. Dentro. Lo percepivo immutabile. Permanente di fronte al divenire continuo.
Ma quanti miliardi di Me, ero stato prima questo ultimo Me rimasto come viatico, perenne, costante.
Chi ero, dunque?
Non trovavo una risposta. Non potevo trovare una risposta. Non c’era una risposta.
Avevo perso la mia identità. E questo è tutto.
Lo sapevo con certezza, ero un nuovo Me. Un nuovo Me rinato, strutturato da una nuova vita a Vilnius. Nuovi segnali, nuovi odori, nuovi gusti e sapori ... nuove informazioni provenienti da questo nuovo ambiente stavano modificando il mio comportamento, persino il mio portamento. Il mio Me. In che modo era diverso dal mio precedente Me?

E pensavo al Nievo. Pensavo avesse il mio stesso malcontento causato dall'ambiente. Un malcontento a causa del suo lavoro di intendente di finanza, a causa della Sicilia e dei siciliani; a causa degli ideali in cui aveva creduto si sentiva tradito dal nuovo Stato, che sembrava meno libero di molti altri statiesistenti prima dell'Unificazione.
Avevo perso due figlie. Erano come morte. Ma erano vive. Solo come.
Sara aveva smesso di parlarmi due anni fa. A poco a poco Cassia smetteva di parlarmi. Non mi scriveva più; non mi chiamava più. Forse Sarah aveva influenzato le sue decisioni.
Sto cercando il senso della vita, babbo. Ha detto, al telefono l'ultima volta che abbiamo parlato. Per quella frase pensavo di aver portato a termine la missione della mia vita. Amarla. Amala fino alla fine, per essere una creatura così meravigliosa che combatteva contro una cortina di fumo, impossibile da bucare.
Che tremendo atto di coraggio è cercare il significato della vita.
Ero triste, Pensavo di essere stato un buon padre. Le avevo amate con tutto il cuore. Eppure, non era stato abbastanza.
Ma quale era stata la mia colpa?
Che avevo cercato una nuova vita, in un altro paese, con una donna che amavo.
Era quella la mia colpa?
Doveva essere quella.

Per la prima volta nella mia vita, sono stato forzato dall'urgente necessità di scrivere una storia autobiografica completa. Avevo bisogno di scaricare tutta la mia sofferenza, di liberare il mio nuovo Me. Senza confinarlo in un sotterraneo.
Avevo spinto troppo lontano l'essenza della mia vita ed ero finito in storie senza cuore, senza passione. Senza il calore preso dalla vita reale. Senza la passione, che è necessaria per scrivere una storia.
Ho dovuto toccare una vita diversa dalla vita dipinta da Icke nei suoi libri, avevo bisogno della vita irreale della routine quotidiana. Avevo bisogno del calore e del flusso, avevo bisogno dell'ignoranza e della spensieratezza, dell'animalità e dell'addomesticamento dell'essere umano che può saziare il dolore che dà il messaggio, che vivi questa vita come ogni altro essere umano.
Ero stanco di essere sull'orlo di un altro mondo. Avevo bisogno di un mondo comune.
Mi sono venute in mente le parole di Foscolo “O mio Lorenzo! io non ho la pace che sperava dalla solitudine."

Quindi, dopo aver fatto ricerche relative a questioni legate alla parte rettiliana, R-complex, del nostro cervello, mi sono imbattuto nella teoria del dottor Paul MacLean e dalle sue teorie sono finito a leggere Before She Met Me di Julian Barnes. Quel libro mi ha momentaneamente rivitalizzato.
But when he met Ann— not that first moment at Repton Gardens, but later, after he’d conned himself into asking her out— he began to feel as if some long-broken line of communication to a self of twenty years ago had suddenly been restored.”
Leggendo quella frase mi resi conto che avevo bisogno di una nuova connessione, ma non con il mio vecchio Me-stesso, invece con il mio nuovo Me-stesso, dal quale ero disconnesso.
Vivevo in stand-by. Come un combattente del Muay Thai quando controlla l'avversario senza attaccare o difendere.

domenica 13 ottobre 2019

From next week in Lithuania in every bookstore







Dalla prossima settimana presso tutte le librerie della Lituania Vaga, Pegasas e supermercato Maxima che hanno la sezione internazionale per i libri, e Narvesen all'aeroporto di Vilnius.

Kitą savaitę Lietuvoje visuose „Vaga“, „Pegasas“ ir „Maxima“ prie knygų užsienio kalba ir "Narvesen" Vilniaus oro uoste.

From next week in Lithuania in every Vaga, Pegasas and Maxima supermarket libraries that have the international section for books, and Narvesen at Vilnius airport.

domenica 29 settembre 2019

Passing by








At many things we feel awe but at nothing more than at man 
(Antigone – Sophocles) 


It is usually said you must never start a book like this: One morning I woke up, I was tired, I was discontented of my life, I was sad and depressed...
But one morning I woke up, I was tired, I was discontented of my life, I was sad and depressed...
And I knew why. I was stuck in a nowhere zone, buried by the impossibility to find the right story to write.
I was writing two books at that time. One was about a young idealist who took part in the Italian Risorgimento. I got my inspiration from Ippolito Nievo and his last day of life. I wanted this story hinged on his last trip from Palermo to Napoli. Everything had to happen on board of the steamer Ercole, before the shipwreck. I wanted to use the techniques of flashback and foreshadowing to recollect all the story of Nievo, from the day he was disembarked from one vessel in the port of Marsala with a thousand of other red shirts to that last day of his life. I wanted to show the failure of his ideals which brought him to Sicily with Garibaldi. I wanted to show the disillusion for having believed in a country that there wasn’t and there would never be.
The other book was about a martial artist who lived in Vilnius and meets love in this city and a descendant of the Reptilian bloodline, as well. Because of this second book, I fell in a new field that forced me in exhausting readings.
I came across David Icke a theorist of the Reptilian race. I started reading his book The Biggest Secret. A kind of Bible about the Reptilians race. Too much information, too much of everything. It was misleading. And reading it exhausted me... I suffered. I didn’t want to suffer. My life was sufferance.

I thought that Nievo too had that kind of sufferance, the same I had. Which was impossible to define.
I felt without parachute. I was falling without protection. All my life has changed and I have changed following my life.
The cells of my body had died billions and billions of times and billions and billions of times had reborn.
Everything had passed by.
Except Me.
How many billions of Me, I had been before this Me.
Who was I?
I didn’t find an answer. I couldn’t find it. There was no answer.
I had lost my identity.
I knew for sure that I was a new Me. A new reborn Me structured by a new life in Vilnius. New signals, new odours, new tastes and flavours…new information coming from this new environment was modifying my behaviour. My Me.

And I thought of Nievo. I thought he had my same discontent. A discontent caused by his job of intendente di finanza, discontent for Sicily and Sicilians. Discontent for ideals he felt betrayed by a new State, which seemed less free than the many before the Unification.

I had lost two daughters. Like dead. But they were alive. Just like.
Sara stopped talking to me two years ago. Cassia is gradually ceasing to talk to me. She doesn't write to me anymore, she doesn't call me anymore. Perhaps Sara is influencing her decisions.
I am sad. I thought I have been a good father. I loved them with all my heart. And yet ... it wasn't enough.
But what is my fault?
I have sought a new life, in another country, with a woman I love.
Is this my fault?
It must be.

For the first time in my life, I was compelled by an urgent need to write a complete autobiographical story. I need to discharge all my sufferance.
I had pushed away too far the essence of my life and ended up in heartless stories, without passion. Without the warmth taken from real life.
I had to touch a life dissimilar to the life painted by Icke in his books, I needed the unreal life of the everyday routine. I needed the warm and flux, I needed the ignorance and the thoughtlessness, the animality and the domestication that can satiate your pain, that gives you the message that you live like every other in this life.
I was tired of being on the verge of another world.
Foscolo's words came to mind "O my Lorenzo! I don't have the peace I hoped for from solitude”.

martedì 24 settembre 2019

About a famous maxim attributed to Massimo D'Azeglio




The famous sentence associated with Massimo D’Azeglio “We have made Italy; now we must make Italians”, leaves no hope of achieving its goal, given the current situation;
because since then nothing has changed.
Since everything is energy, interaction of magnetic vibrational fields we should change the magnetism in order to change the nature of the energy field that resides in the “Italianity”.
If we could change the energy field of this “Italianity” we could change the nature of mental, emotional, spiritual and physical life, all of which are energy in different forms.
In the current state of things I see no other possibility to change such a flock (Italian people)